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Una scossa per il lavoro

Mentre la congiuntura economica nazionale e internazionale continua a dare segnali sostanzialmente negativi o, nel migliore dei casi, nulli, il mondo del lavoro del nostro paese è percorso da forti tensioni sociali provocate da una crisi produttiva e industriale praticamente senza precedenti.

I problemi del settore siderurgico, in primis, rappresentano il paradigma di una situazione che sembra non offrire immediate soluzioni.

Questo è uno dei motivi per cui è assolutamente necessario non lasciare spazio a scelte impulsive o demagogiche, ma occorre fornire opportunità a imprese e lavoratori per poter migliorare l’attuale stato di cose.

Uno di questi strumenti può essere sicuramente rappresentato dalla riforma del lavoro che avrebbe dovuto essere già definitivamente approvata e che invece è ancora appesa al filo dell’esame della camera. I tempi ora si sono ulteriormente ristretti, anche perché l’esame da parte di Montecitorio alla legge di stabilità è previsto per lunedì prossimo. Il premier Matteo Renzi intende rendere operativo il cosiddetto «Jobs Act» dal 1° gennaio per consentire alle imprese di utilizzare la decontribuzione, che è prevista nella stessa legge di stabilità, e che dovrebbe servire a procedere a nuove assunzioni nel corso del 2015 con la tipologia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.

L’obiettivo è chiaro: imprimere una svolta a un mercato del lavoro depresso, fermo nelle assunzioni ma purtroppo molto dinamico per quanto riguarda licenziamenti e mobilità.

I problemi però sono esclusivamente politici e non tecnico-economici.

Basti pensare che il solo Movimento Cinque Stelle ha presentato circa 300 emendamenti al testo, Sinistra e libertà quasi 200 e altri li hanno presentati Lega, Forza Italia e alcuni componenti del Partito democratico. Dunque, un «fuoco di sbarramento» di quasi tutti i gruppi parlamentari. Va tuttavia precisato che la maggioranza, a parte alcuni rappresentanti del Pd, è sostanzialmente compatta nel sostenere il testo così come è passato in Senato. Lo snodo fondamentale rimane sempre, come è stato al Senato, la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che trova nel presidente della Commissione Lavoro alla Camera ed ex ministro del lavoro, Cesare Damiano, il più tenace oppositore e questo per «assicurare», recita un ordine del giorno votato dalla direzione del Pd, «la garanzia di reintegro nei casi di licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare». Ma su questo punto il governo pare deciso ad accogliere le istanze della minoranza del Pd.

A fare da controcanto a queste opposizioni giunge la Cgil che, dopo aver guidato insieme con la Cisl e la Uil lo sciopero e la manifestazione dei dipendenti del pubblico impiego per il rinnovo del contratto, ha proclamato uno sciopero generale il 5 dicembre proprio contro la legge di stabilità e il Jobs Act.

Una decisione, questa dello sciopero, che non ha mancato di provocare polemiche anche perché l’astensione dal lavoro si va ad agganciare al ponte festivo dell’Immacolata. Una decisione che non poteva non suscitare commenti ironici sui social network. Una scelta, soprattutto quella della data, che l’entourage del presidente del consiglio Renzi non ha certamente gradito. In questa fase finale dell’anno, peraltro, allo sciopero generale si affianca una serie di scioperi di categorie per rinnovi contrattuali tra ferrovieri, autotrasportatori, edili, alimentaristi. E il fatto che novembre e inizi di dicembre siano tra i periodi più caldi per quanto riguarda le agitazioni sindacali non è certamente una novità per il nostro Paese.

SIDERURGIA STRATEGICA

Le tensioni sociali, a parte le prese di posizioni di forze politiche e alcuni sindacati contro il Jobs Act, si riferiscono però a situazioni critiche in determinati settori e in questo momento soprattutto quello siderurgico. E quando si parla di tensioni sociali, non ci si riferisce alle manifestazioni e agli scioperi di carattere ideologico, ma a quelle agitazioni spontanee che nascono sul momento, dettate dal timore della perdita del posto di lavoro o dalla sensazione che non ci sia una via d’uscita da una situazione disperata. E dunque la crisi della siderurgia investe poli importanti a livello internazionale come Taranto, Piombino e, soprattutto, Terni che nelle settimane scorse ha visto proteste eclatanti e appunto spontanee da parte degli operai dell’Ast-Thyssenkrupp. Lo stesso Segretario Generale della Fismic-Confsal, Roberto Di Maulo, è più volte intervenuto sollecitando il governo a svolgere un ruolo centrale nella vertenza. «Abbiamo fin dall’inizio valutato in maniera negativa», ha sostenuto nei giorni scorsi Di Maulo, «il piano industriale che la Thyssenkrupp ha presentato perché contiene elementi insufficienti per garantire livelli occupazionali e di sviluppo industriale che riteniamo strategici per Terni, per l’Umbria e per l’intero Paese». «L’azienda», ha spiegato il segretario generale della Fismic, «deve apportare sostanziali modifiche al suo piano industriale».

Va considerato, in questo contesto, che probabilmente la situazione sarebbe oggi stata un po’ diversa se non fosse arrivato il veto dell’antitrust europeo che ha bloccato la vendita dell’Ast all’azienda finlandese Outokumpu. Ma su questo punto sembra proprio che Bruxelles non intenda tornare indietro.

CRISI INTERNAZIONALE E CRISI EUROPEA

E proprio Bruxelles, intesa come Eurozona, rappresenta anche uno dei problemi fondamentali a livello mondiale. Il recente G20 tenuto in Australia non ha fatto altro che confermare che la crisi è sostanzialmente globale: basti pensare che le stime di crescita sono state tagliate al 3,3% nel 2014 e al 3,8% nel 2015. In questo quadro internazionale i punti nevralgici sono principalmente due: l’Eurozona e il Giappone. Ma l’Eurozona al suo interno contiene situazioni a volte fra di loro opposte. Secondo l’Eurostat, la produzione industriale nell’area euro è salita solo dello 0,6 per cento sia su base mensile che su base annuale. Sempre secondo l’istituto di statistica europeo nei prossimi mesi assisteremo a un ulteriore, seppur lieve, rallentamento. È chiaro che in un quadro così incerto e, tutto sommato, negativo assume una certa valenza il confronto in atto tra i vari governi europei sulla cosiddetta «ricetta» per la crescita. La presa di posizione del governo francese che ha di fatto dichiarato di non voler rispettare il tetto del 3 per cento sul superamento del rapporto debito/Pil e quella del governo Renzi che invece intende rispettare questo parametro, ma contemporaneamente procedere al reperimento di risorse, hanno suscitato forti polemiche. È probabilmente la prima volta che un governo del nostro Paese da «esecutore» di norme dettate da Bruxelles si trasforma in «propositore» di strategie politico-economiche scomponendo gli equilibri all’interno dell’Unione. Del resto sotto l’assedio di nuove polemiche è anche il Presidente della Banca Centrale europea, Mario Draghi, che sta intervenendo in maniera decisa sul fronte monetario. Alcune banche centrali non vedono infatti di buon occhio la strategia di Draghi che mira a un sostanziale indebolimento dell’euro per il rilancio delle economie più votate all’export, fra cui il nostro Paese. Certamente non è sufficiente un euro a 1,25 circa sul dollaro, tuttavia un’ulteriore discesa a 1,20 però accompagnata da contemporanei provvedimenti di natura politica a livello di Unione Europea (che al momento non sono prevedibili) potrebbe invertire la rotta di questa lunga e, sembra, interminabile crisi.

 

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