Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Jobs act, le nuove ipotesi sull’indennizzo

I decreti attuativi del Jobs act «non esistono: ci stiamo ancora pensando». Alla delegazione parlamentare del Pd, guidata da Cesare Damiano, ricevuta ieri mattina dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e poi dal responsabile lavoro del Pd, Filippo Taddei, sono giunte rassicurazioni circa il percorso comune che il governo intende seguire per scrivere i decreti attuativi del Jobs act. E non potrebbe essere altrimenti: la legge delega approderà al Senato martedì prossimo e dovrebbe chiudere il suo percorso tra mercoledì e giovedì. 
I tempi
Il governo non vuole incidenti di percorso. Di qui la necessità di smentire le prime indiscrezioni sui decreti che hanno creato irritazione nella sinistra dem. E non solo: «Dopo i decreti attuativi chiederemo la verifica del rispetto dell’articolo 30 e 31 della Carta Ue dei diritti fondamentali» ha anticipato ieri la Cgil. Ma se davvero l’esecutivo vuole procedere all’approvazione del primo decreto entro l’anno, è possibile che un testo da proporre alle parti ci sia già. Intanto la prossima settimana ci sarà un primo incontro di merito con i partiti della maggioranza.
Ma quali sono i punti scottanti e le prime ipotesi in campo?
L’indennizzo
Gran parte della discussione si incentrerà sul ristoro economico che sarà dato al lavoratore licenziato, il quale, com’è noto, col nuovo sistema non sarà reintegrabile in caso di licenziamento economico e lo sarà soltanto in alcuni specifici casi in quello disciplinare. Il sistema Fornero oggi prevede che l’indennizzo sia compreso, per le imprese sopra i 15 dipendenti, tra 12 volte e 24 volte l’ultima retribuzione percepita, a seconda della anzianità del lavoratore. Dunque per una retribuzione di 1.500 euro, tra un minimo di 18 mila e un massimo di 36 mila euro.
Le ipotesi in campo col nuovo sistema sarebbero due. La prima prevederebbe un indennizzo pari a un ottavo della retribuzione moltiplicata per i mesi di anzianità, con un tetto di 36 mesi. Dunque per una retribuzione di 1.500 euro, il massimo indennizzo si attesterebbe in ogni caso a 6.750 euro, sia che gli anni di anzianità siano tre, sia che siano più di tre. Per un anno di lavoro, la cifra si attesterebbe a 2.250 euro. Ben al di sotto della Fornero.
La seconda ipotesi in campo prevederebbe una mensilità e mezza ogni 12 mesi di anzianità, senza tetto. Dunque in caso di tre anni di anzianità si attesterebbe a 6.750 euro, nel caso di quattro, a 9 mila, e così via.
In questa seconda ipotesi per raggiungere i 18 mila euro del minimo indennizzo della Fornero, al lavoratore necessiterebbero otto anni di anzianità mentre ne occorrerebbero 16 per prendere il massimo (36 mila euro). Come si vede si tratta di ipotesi di favore per le imprese rispetto a oggi.
Le piccole imprese
Il rapporto di vantaggio rischia di capovolgersi se gli stessi criteri si applicano alle imprese sotto i 15 dipendenti. Queste, per le quali oggi non vale mai il reintegro, liquidano con la Fornero un indennizzo che va da 2,5 (3.750 euro nel nostro esempio) a 6 mensilità (9 mila euro). Ed è possibile che questi criteri non vengano modificati per evitare che i licenziamenti diventino troppo onerosi. Un’altra ipotesi emersa sarebbe quella di consentire alle piccole imprese di mantenere il regime di non applicazione dell’articolo 18 per tutti i dipendenti anche quando, con nuove assunzioni, superino il numero di 15 lavoratori, in modo da non scoraggiarle.
Ultima parola
A far saltare il banco e mettere in seria difficoltà i rapporti tra il governo e la sinistra del Pd c’è infine un’ipotesi estrema di interpretazione del sistema reintegro/indennizzo. Secondo questa, quand’anche il lavoratore avesse ottenuto il reintegro in seguito a licenziamento per motivi disciplinari rivelatosi ingiustificato, il datore di lavoro potrebbe comunque chiudere la partita licenziandolo, purché l’indennizzo sia il doppio o il triplo di quello offerto in prima battuta.
Gli ammortizzatori
Farà parte di un altro decreto delegato, il tema dei nuovi ammortizzatori sociali. L’ipotesi governativa è rendere applicabile l’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) anche ai collaboratori a progetto. Tutto questo però richiede risorse, che il Pd individua in 400 milioni aggiuntivi rispetto ai 2,9 miliardi già stanziati.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Contro le previsioni, anche il fondo Bluebell avrebbe raggiunto la soglia minima del capitale Mediob...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Doppio cda, per rispondere al governo. Oggi si riunirà prima Aspi, poi Atlantia. Non è detto che l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

llimity Bank ha finalizzato due nuove operazioni nel segmento 'senior financing' per un ammontare co...

Oggi sulla stampa