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Jobs Act: intesa nel Pd, Ncd all’attacco

Sul Jobs act il Pd alla Camera si ricompatta sulle modifiche da apportare al testo approvato dal Senato, oggetto di un’intesa raggiunta ieri in extremis con il Governo che viene però contestata dal Nuovo centrodestra e da Scelta civica. 
«Il 1° gennaio entreranno in vigore le nuove regole sul lavoro, l’articolo 18 dal 2015 sarà superato, ci saranno minori costi per gli imprenditori, più soldi in busta paga per i lavoratori, una riduzione delle forme contrattuali e regole più chiare», ha commentato il premier Matteo Renzi da Bucarest, «si semplifica tutto, è un grandissimo passo in avanti». Sul Jobs act «la partita è chiusa, il Parlamento voterà nelle prossime ore», ha aggiunto il presidente del consiglio, senza escludere che verrà posta la fiducia sulla nuova versione del Ddl delega.
Eppure l’accordo sembrava ancora in alto mare mercoledì sera, quando la bussola pendeva sul ricorso alla fiducia al testo del Senato, contro cui è schierata la minoranza del Pd. Ma intervenendo alla direzione del Pd Renzi aveva lasciato aperta anche la possibilità di modificare il testo, purché si rispettasse il timing stringente fissato dal governo. Così ieri per un’intera giornata è stato necessario un paziente lavoro di mediazione, la svolta si è avuta intorno all’ora di pranzo, quando si sono incontrati il presidente della commissione Lavoro della Camera (relatore) Cesare Damiano, con i componenti Pd della commissione, il capogruppo Pd alla Camera, Roberto Speranza, e il responsabile economia, Filippo Taddei.
Nel pomeriggio Renzi ha dato il suo assenso all’accordo, dopodiché si è aperto il problema con il Ncd: i capigruppo di Senato e Camera, Maurizio Sacconi e Nunzia De Girolamo, hanno sollecitato un vertice minacciando conseguenze sulla coalizione, incassando il «no» da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi: «Non sono necesari vertici di maggioranza – ha detto – è sufficiente il lavoro parlamentare». Poi in serata Sacconi e De Girolamo si sono incontrati a palazzo Chigi con Taddei e il sottosegretario Luca Lotti per un chiarimento che è servito ad attenuare le tensioni in seno alla maggioranza. «Si tratta – hanno commentato i due esponenti del Ncd –, non possono pensare che in Parlamento risolviamo i problemi della maggioranza e della minoranza del Pd». Dal Senato anche Pietro Ichino (Sc) ha espresso le sue critiche: «È evidente che qualsiasi novità dovrà essere concordata tra tutte le componenti della maggioranza», ha detto ribadendo, la propria «indisponibilità ad avallare decisioni che rendano meno chiaro e netto il senso e il contenuto della riforma».
Veniamo ai contenuti dell’accordo. Sui licenziamenti la delega farà riferimento ai contenuti dell’ordine del giorno votato dalla direzione nazionale Dem di fine settembre che per i licenziamenti economici prevede il solo indennizzo economico crescente con l’azianità, eliminando la possibilità del reintegro, che viene confermato per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa indicazione della fattispecie. In serata è emerso che la formulazione finale non sarà la stessa dell’ordine del giorno del Pd, perché nella stesura dell’emendamento il Governo intende tenere conto delle varie anime che compongono la maggioranza. Del testo del Senato verrà modificata la parte relativa ai controlli a distanza specificando che si fa riferimento agli apparecchi tecnologici e non alle persone, ci sarà l’impegno al disboscamento delle forme contrattuali precarie. «Nel confronto con il Governo – commenta Damiano – è stato trovato un accordo che scongiura l’ipotesi di mettere la fiducia sul testo del Jobs Act uscito dal Senato, migliorando la delega, non solo sull’annosa questione dell’articolo 18 ma anche su altri temi come i controlli a distanza o le cure parentali».
Quanto ai tempi, oggi alle 11,30 inizierà l’esame in commissione Lavoro sull’ammissibilità dei circa 550 emendamenti. Il voto in commissione comincerà domenica alle 16 e proseguirà fino a giovedì 20. Venerdì 21 il provvedimento arriverà in Aula alla Camera, che dovrà dare il via libera entro mercoledì 26, per poi tornare al Senato in terza lettura. Per rispettare questa scadenza, però, è necessario che l’Aula di Montecitorio lunedì si pronunci sul termine del voto fissato per il 26 novembre, il giorno dopo dovrà approdare la legge di stabilità.
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