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Jobs act, il governo trova la mediazione

Alla fine l’accordo tiene. E con lui il comma 7 lettera c della legge delega, riscritto da un emendamento del governo che interviene sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e stabilisce il no al reintegro per i licenziamenti economici e il sì al reintegro per quelli disciplinari. Ma solo «per alcune fattispecie ingiustificate». Quali siano queste fattispecie, è il punto politico. Lo stesso che fa esultare simultaneamente Maurizio Sacconi (Ncd) e una parte della minoranza del Pd. Le opposizioni, invece, contestano duramente e a sera, dopo il varo, lasciano la commissione Lavoro per protesta. 
L’avvisaglia di un via libera arriva da un intervento mattutino di Angelino Alfano: «Ci siamo». Il testo dell’emendamento, come previsto, esclude il reintegro per i licenziamenti economici, ma lo sostituisce con «un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio». Sarà invece possibile il reintegro per i «licenziamenti nulli e discriminatori e per specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato». Le stabiliranno le fattispecie, i decreti delegati, emanati dal governo. E lì ci sarà la vera battaglia.
Un rinvio che consente a molti di sentirsi vincitori. Sacconi è il primo a rivendicare la paternità dell’accordo: «Siamo soddisfatti, ora bisogna fare presto». Il capogruppo sottolinea l’introduzione di «termini certi» per presentare la domanda di reintegro. E l’Ncd Sergio Pizzolante aggiunge: «Il testo ricalca esattamente l’accordo tra il ministro Poletti e il senatore Sacconi». In realtà il testo supera quello del Senato, difeso strenuamente finora da Sacconi, e recepisce l’ordine del giorno della direzione pd. Per questo Cesare Damiano, presidente della Commissione, rivendica il successo: «Sono molto soddisfatto della riformulazione sul tema dell’articolo 18». Anche Roberto Speranza è in scia: «Siamo riusciti a cambiare il testo su cui si voleva mettere la fiducia. Sacconi? Ha già cambiato idea tre volte». Matteo Orfini attacca: «Sacconi era partito dicendo che o era il testo del Senato o non avrebbe accettato». Segue la replica del capogruppo ncd: «Orfini, rassegnati! Sono con Taddei a parlare di lavoro e Internet e condividiamo il futuro, mentre tu difendi il passato».
Nella singolar tenzone, si inserisce Pippo Civati che, da sinistra, riflette sconsolato: «Sacconi festeggia, ci siamo sacconizzati». Condizione che lo spingerà a votare no.
Ma il sentiero per il Jobs act appare spianato. L’obiettivo è approvarlo entro il 26 alla Camera e farlo diventare legge entro il 1 gennaio. Anche per questo potrebbe essere messa la fiducia: «Se ci saranno migliaia di emendamenti che rallentano l’iter, la fiducia potrebbe essere posta», ammette Taddei. In parallelo, si dovrà vedere se saranno davvero aumentate, come pare e come chiede la sinistra pd, le risorse per gli ammortizzatori sociali.
Infuriate le opposizioni. «Uno scempio», dice Giorgio Airaudo di Sel. «Contro ogni logica» aggiunge Annagrazia Calabria (FI). Si dice «molto preoccupata» la segretaria Cgil Susanna Camusso.
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