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Jobs act, governo diviso sui contratti

Percorso ancora in salita per la riforma del mercato del lavoro. La maggioranza è ancora alla ricerca di una posizione comune sul Ddl delega all’esame in commissione Lavoro del Senato: le divisioni riguardano la delega sul riordino delle forme contrattuali (art.4), che impatta sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Giovedì riprenderà l’esame in commissione ma pare difficile che si raggiunga in tempi brevi una posizione comune. Matteo Renzi ieri in conferenza stampa non ha chiarito quale sia la sua posizione in proposito, si è limitato a sostenere che «l’articolo 18 non è un problema», bollando il dibattito in corso da anni come puramente «ideologico» che concretamente «riguarda 3mila persone». 
Come strumento per favorire nuove assunzioni il premier ha fatto riferimento al contratto a tutele crescenti previsto dall’articolo 4 del Ddl, senza però spiegare come intende declinarlo. Se secondo l’emendamento presentato da Pietro Ichino (Sc) firmato dai capigruppo di Ncd, Pi e Svp, che riproponendo la premessa del decreto Poletti, delega il governo ad adottare il testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro, con il contratto a tempo indeterminato a protezione crescente. In sostanza l’area centrista della maggioranza propone che, in caso di licenziamento, ai lavoratori che saranno assunti con contratti a tempo indeterminato il reintegro al posto di lavoro previsto dall’articolo 18 sia sostituito dal pagamento di un’indennità crescente rispetto all’anzianità di servizio (la reintegrazione rimane solo per i licenziamenti discriminatori). Oppure secondo la diversa posizione del Pd, che propone il contratto d’inserimento a tutele crescenti congelando l’articolo 18 solo per il periodo di prova (massimo 3 anni). Dopodiché sarà applicato al lavoratore stabilizzato che in caso di licenziamento illegittimo avrà il reintegro, mentre l’impresa sarà agevolata con l’abbattimento dell’Irap o il credito d’imposta.
L’Esecutivo è chiamato a decidere in tempi rapidi, vista la rilevanza del tema, considerando che la riforma del mercato del lavoro secondo la commissione Ue e i principali organismi internazionali, rappresenta la cartina di tornasole della reale volontà riformatrice del governo Renzi che, dopo aver liberalizzato i contratti a termine, vuole rendere più appetibili per le imprese le assunzioni con i contratti a tempo indeterminato. Un richiamo in tal senso è contenuto nel discorso fatto a Jackson Hole dal governatore della Bce Mario Draghi, quando ha sollecitato riforme strutturali e ha citato la Germania, sostenendo che «le economie che hanno resistito alla crisi meglio in termini occupazionali sono quelle con più flessibilità nel mercato del lavoro nell’adattarsi alle condizioni economiche». Anche Renzi ieri ha spiegato che «riscriverà lo Statuto dei lavoratori» che risale al 1970, guardando al «modello della Germania».
Una delle chiavi del successo tedesco poggia sulla forte collaborazione nella formazione tra sistema scolastico e imprenditoriale che consente agli studenti di alternare l’apprendimento in aula e sul campo (in azienda). Lo studente passa 3 giorni in azienda e 2 giorni in aula per conseguire una qualifica professionale immediatamente spendibile sul mercato del lavoro, che consente anche di frequentare l’università (alcuni Ceo di successo hanno cominciato così). Draghi ha fatto riferimento alle riforme Hartz della metà del Duemila che hanno disciplinato la flessibilità delle prestazioni. Tra gli strumenti che hanno spinto la Germania verso la piena occupazione ci sono i mini job, prestazioni part time con un salario mensile fino a 450 euro esente da tasse e contributi previdenziali (i contributi sono a carico del datore, in forma ridotta) che interesano circa 7,5 milioni di persone. Altri elementi chiave sono il sistema contrattuale che ha puntato sulla contrattazione aziendale. Insieme a un modello di “codeterminazione responsabile”, la Mitbestimmung, che fa partecipare il sindacato alle scelte (e ai rischi) aziendali con i rappresentanti dei lavoratori eletti nel consiglio di sorveglianza. Nel nuovo Statuto che si è impegnato a riscrivere, si vedrà su quali elementi del “modello tedesco” Renzi vorrà far leva.
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