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«Jobs act, entro agosto ok ai decreti»

Un milione di nuovi posti di lavoro in più a tempo indeterminato «fra contratti nuovi e convertiti». Il numero, contenuto nella relazione tecnica della legge di stabilità per il 2015, è stato riconfermato ieri dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, nel corso della quinta edizione di «Tuttolavoro», convegno organizzato nella sede del Sole 24 Ore e caratterizzato, durante la mattinata, da due tavole rotonde a cui ha fatto seguito un workshop nel pomeriggio.
«Un milione – ha detto Poletti – a me sembra un “numerone”: mi auguro, tuttavia, che questo dato si produca, e i primi sintomi ci sono tutti se si considera che nello scorso gennaio-febbraio le assunzioni sono aumentate di circa 80mila unità rispetto allo stesso bimestre del 2014. Il nostro obiettivo – ha ribadito il ministro – è di fare in modo che il tempo indeterminato sia la modalità d’ingresso normale sul mercato del lavoro, mentre le forme di flessibilità devono essere funzionali alle esigenze delle imprese e non un mezzo per eludere alcuni oneri». Quanto ai benefici previsti per chi utilizza le tutele crescenti (1,9 miliardi quelli messi solo per quest’anno sul tavolo dal governo) «l’idea che questo debba essere il contratto che costa meno è un obiettivo definito, ma poi bisognerà vedere le risorse a disposizione».
Il potenziale effetto “distorsivo” dell’agevolazione è stato sottolineato da Vincenzo Silvestri, vicepresidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro:?«le aziende stanno soprattutto trasformando i contratti a tempo determinato preesistenti. Il boom del contratto a tempo indeterminato è determinato dal basso costo attuale, perciò sarà necessario effettuare una verifica a lungo termine».
Gli sforzi dell’attuale esecutivo incassano comunque il plauso del mondo imprenditoriale. «Il governo sta compiendo due interventi radicali per l’equilibrio del nostro mercato del lavoro – ha riconosciuto Pierangelo Albini, direttore Area lavoro e welfare di Confindustria -, cambiando gli strumenti utilizzati dalle imprese e intervenendo sulle politiche attive. Sul primo fronte va evidenziato che, se abbiamo un gap da recuperare anche con altri Paesi, avere una determinata strumentazione piuttosto che non averla consente di modificare gli equilibri. Sul secondo fronte, cambiare le politiche attive è un’operazione titanica, che non si esaurisce nello spostamento di risorse dalle politiche passive».
Sulla maggiore attrattività del nostro sistema Paese dopo le riforme del lavoro si è espresso anche Stefano Venturi, Ad del Gruppo HP in Italia, secondo cui «il Jobs act sta rimettendo il nostro Paese al centro della partita grazie a elementi di flessibilità e di certezza dei costi almeno per le nuove assunzioni che ci pongono davanti a Francia e Germania». «Sui temi del lavoro è importante aver colto le sensibilità internazionali, ritornando uno Stato dove si pensa di investire», ha sottolineato Poletti, che per battere il ferro finché è caldo ha annunciato la decisione «di fare degli incontri nelle capitali europee e mondiali per raccontare il Jobs act» a potenziali investitori e interlocutori istituzionali.
Rispetto al “tour estero” più irta di insidie si prospetta la strada che il governo dovrà affrontare per mettere mano alle politiche attive (entro giugno, ha annunciato il ministro, tutti i decreti attuativi della riforma dovrebbero essere in Parlamento, per essere poi definitivamente approvati prima di agosto). Al netto della riforma del Titolo V della Costituzione, il tema del ruolo della nuova Agenzia unica del lavoro ha scatenato, infatti, un fuoco di sbarramento preliminare delle Regioni, gelose delle loro attuali prerogative in materia. Pragmaticamente Poletti ha suggerito di avviare una fase transitoria che porti «ad accordi positivi con gli enti territoriali e vedere poi cosa deciderà di fare il Parlamento».
La nuova Agenzia dovrebbe avere «carattere cedevole e sussidiario» e, secondo l’assessore all’Istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia, Valentina Aprea, «non bisognerà lavorare a livello centrale per distruggere quello che già funziona».
Secondo il ministro «non si deve distruggere quello che va bene, ma risolvere i problemi. In questa prospettiva ci sono alcune cose che vanno coordinate altrimenti non funzionano, come le banche dati e gli standard di servizio. Le regole di base devono essere omogenee per evitare che un imprenditore debba confrontarsi con norme troppo diverse da una regione all’altra».
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