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Jobs act, decreti al Cdm di Natale

Slitta di 48 ore, dal 22 dicembre al 24, la vigilia di Natale, il Consiglio dei ministri che dovrà esaminare i primi due decreti attuativi del Jobs Act, con la nuova disciplina del contratto a tutele crescenti e con la riscrittura dell’Aspi, rafforzata nella durata (24 mesi – rispetto ai 16 a regime) ed estesa a una prima platea di collaboratori a progetto. A decidere la nuova tabella di marcia è stato ieri il premier Matteo Renzi («li facciamo il 24»); e subito dopo il ministro Giuliano Poletti ha convocato per venerdì 19 dicembre a Palazzo Chigi le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali. «Un primo segno di disponibilità», è stato il commento a caldo della numero uno della Cgil, Susanna Camusso. 
Il premier i ha anche convocato ieri sera un vertice con Poletti, il sottosegretario a Palazzo Chigi Graziano Delrio e il responsabile economico del Pd Filippo Taddei per fare un punto sui decreti e considerare i nodi ancora non sciolti. Oggi sarà la volta della Ragioneria generale he deve verificare gli oneri (e le coperture) dei due Dlgs: oltre alla riformulazione dell’Aspi (che comporterà un aggravio di costi per l’Erario), si dovrebbe sciogliere il nodo sulla defiscalizzazione e decontribuzione dell’indennizzo in caso di licenziamento illegittimo (ipotesi avanzata dai tecnici di Palazzo Chigi ma che il Mef vuole vagliare attentamente).
I due giorni in più dovrebbero consentire all’Esecutivo di trovare una soluzione ai nodi ancora aperti, visto che l’obiettivo del premier resta quello di partire con il nuovo contratto a tutele crescenti (con le modifiche all’articolo 18) subito a gennaio per poter usufruire delle detrazioni previste dal Ddl Stabilità per le nuove assunzioni (sgravio dei contributi con tetto annuale di 8.060 euro per tre anni).
Ancora ieri Poletti e il sottosegretario Teresa Bellanova hanno cercato una mediazione con i partiti di maggioranza. In particolare, sulle tutele crescenti. Qui c’è da sciogliere il nodo dell’indennizzo minimo (si ipotizzano 6 mensilità, ma si potrebbe scendere a 2-3, da far scattare subito dopo il periodo di prova), uno “scalino”?per evitare licenziamenti nei primi periodi del rapporto di lavoro (considerato che l’indennizzo parte da 1,5 mensilità per anno di servizio con un tetto di 24 mensilità). In discussione sono tornati anche i licenziamenti collettivi: una parte della maggioranza vorrebbe applicare le nuove regole sui licenziamenti individuali economici (addio alla reintegra e spazio agli indennizzi crescenti) anche ai licenziamenti collettivi, che sono di natura economica per definizione.?Ma qui i tecnici del ministero del Lavoro frenano per via della complessità della materia regolata dalla legge 223.
C’è poi da capire la sorte delle imprese sotto i 16 dipendenti, a cui oggi non si applica l’articolo 18 (per loro varranno le nuove regole?). Sempre sul fronte dell’articolo 18, un braccio di ferro c’è anche sull’individuazione delle “specifiche fattispecie” in cui far rimanere la tutela reale nei licenziamenti disciplinari. Il punto di partenza individuato da Palazzo Chigi è la limitazione della reintegra ai soli casi di «insussistenza del fatto materiale» grave. Ma una parte del Pd, con Cesare Damiano, vorrebbe ricomprendervi anche le tipizzazioni contenute nei codici disciplinari dei contratti collettivi. Altre forze di maggioranza si oppongono e rilanciano sulla necessità di prevedere, allora, la clausola dell’opting out, dando cioè la possibilità al datore di lavoro di sostituire la reintegra con un indennizzo, come avviene in Spagna e Germania.
Aperta è pure la partita “conciliazione”. Oggi se l’accordo sulla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro è concluso presso la direzione provinciale del lavoro, al lavoratore spetta l’Aspi. Se l’accordo sul licenziamento è fatto in sede sindacale no, e neanche si possono dare soldi per incentivare l’esodo. Si preme quindi affinché anche in sede sindacale si possano firmare accordi di risoluzione consensuale, ammettendo Aspi e incentivi all’esodo che, peraltro, sono fiscalmente e previdenzialmente convenienti per il lavoratore.
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