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“Jobs Act, controlli troppo invasivi”

C’è un termine che riassume tutta la preoccupazione del Garante della Privacy riguardo al Jobs Act del governo. “Profilazione”. Un termine che ha un certo peso. E’ il monitoraggio pressoché totale del comportamento online, che permette — nel caso di Google — la vendita di spazi pubblicitari «a misura degli interessi dell’utente ». Per tanti è la cosa più vicina alla realizzazione del Grande Fratello. Ed ecco cosa ha detto Antonello Soro, ieri, durante la relazione annuale al Parlamento, nella Sala Regina della Camera: «Un profondo monitoraggio di impianti e strumenti non deve tradursi in una indebita profilazione delle persone che lavorano». Parlava delle nuove norme introdotte, appunto, con il Jobs Act.
Un passaggio, nella sua relazione lunga 20 pagine, che è qualcosa di più di un generico monito al governo. Contiene l’esplicita richiesta a mettere mano a quell’articolo 23, comma II, del decreto legislativo. Quello che permette al datore di lavoro di controllare, da remoto e senza accordo sindacale, «gli strumenti utilizzati dal dipendente per svolgere la prestazione lavorativa». Smartphone, tablet, personal computer. «E’ auspicabile — dice il Garante della Privacy — che il decreto all’esame delle Camere sappia ordinare i cambiamenti resi possibili dalle innovazioni in una cornice di garanzie che impediscano forme ingiustificate e invasive di controllo, nel rispetto della delega e dei vincoli della legislazione europea». Questo perché in materia di rapporti di lavoro, «il crescente ricorso alle tecnologie nell’organizzazione aziendale, i diffusi sistemi di geolocalizzazione e telecamere intelligenti, hanno sfumato la linea — un tempo netta — tra vita privata e lavorativa».
Ora, il Jobs Act subordina ancora l’installazione di impianti audiovisivi all’interno dell’azienda ad accordi collettivi stipulati con i sindacati. Il dipendente deve esserne a conoscenza e deve essere d’accordo. Nel caso degli strumenti di lavoro, invece, in base al testo in discussione alla Camera l’accordo non è più necessario. Si rischia, quindi, che il datore di lavoro possa sapere in ogni momento dove si trova il suo dipendente. «Così non si può fare », sostiene Soro. A meno che non ci sia prima un accordo sindacale e sul dispositivo venga messa una icona che segnali il controllo in atto.
Ma non è solo la geolocalizzazione a suscitare le perplessità dei tutori della privacy. Su tablet e smartphone possono, in teoria, essere installate “app fantasma” per la raccolta di dati sul traffico delle telefonate ed — eventualmente — anche sui contenuti (ricerche sul web, email, etc), di cui l’utilizzatore può non essere a conoscenza. «Il governo è disposto fare modifiche — ribatte il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi — il testo comunque è equilibrato». Mala Cgil ha lanciato una campagna nazionale itinerante contro le modifiche dell’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori: «Il Jobs act è peggio del Grande Fratello».
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