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Jobs act appeso a 7 voti Primo sì al Senato, ma c’è l’ipotesi fiducia

Un percorso a ostacoli, a difficoltà crescenti. Il cammino delle riforme resta accidentato e dopo il sì al Jobs act alla Camera, segnato dall’uscita dall’Aula di ben 29 deputati del Pd (oltre a due astensioni e due voti contrari), ora si pensa con qualche timore al Senato. Dove per evitare guai è probabile che venga posta la fiducia. Ma mentre si smina un terreno, arrivano possibili fonti di guai su altri campi. È spuntato infatti un emendamento della minoranza del Pd, inserito nelle norme transitorie al disegno di legge di riforma del bicameralismo e del Titolo V, che prevede la possibilità di chiedere che l’Italicum possa essere sottoposto a un giudizio preventivo della Corte Costituzionale. Tra i firmatari, nomi noti della minoranza, da Rosy Bindi a Gianni Cuperlo, fino ad Alfredo D’Attorre. E sullo sfondo c’è la partita del Quirinale, nella quale la minoranza intende far sentire il proprio peso.
Ieri il Jobs act ha incassato il via libera della commissione Lavoro del Senato, senza modifiche (sono stati bocciati tutti gli emendamenti). Viatico positivo per il governo, anche se resta il dubbio se verrà posta o meno la fiducia. Martedì il testo arriverà in Aula (il voto è atteso mercoledì o giovedì). Il renziano Andrea Marcucci non ha dubbi: «I tempi sono stretti, serve la fiducia». Ma per il ministro Maria Elena Boschi «il tema è prematuro»: «Aspettiamo gli emendamenti, capiamo gli umori, vediamo la discussione e poi valuteremo». Ci sono già tre senatori pronti a votare no: la civatiana Lucrezia Ricchiuti, Corradino Mineo e Walter Tocci. Poi c’è Felice Casson, in corsa per una candidatura a sindaco di Venezia, che potrebbe decidere di astenersi. La maggioranza c’è, anche se non corposa: sette voti. Ma la cifra è ballerina e dipenderà da molti fattori. Nella maggioranza si possono contare, per esempio, tre senatori di Gal ma a volte confluiscono i voti anche di alcuni ex 5 Stelle.
Resta da capire quali saranno i movimenti della minoranza. Federico Fornaro ha intenzione di raccogliere le firme su un documento che ricalchi quello già presentato in prima battuta e sottoscritto da 27 senatori: «Rimane aperta la questione degli ammortizzatori sociali, che dovrebbe avere la precedenza temporale rispetto alle modifiche contrattuali. Altrimenti succede come per la Fornero, che le risorse passano in cavalleria. E poi resta il fatto che, a fine percorso, il contratto prevederà tutele inferiori alle attuali». Il timore dei piani alti del Pd è che i senatori dissenzienti escano dall’Aula, facendo mancare il numero legale: «Sarebbe la caduta del governo e questo certo non lo vogliamo — spiega Fornaro — Ma ognuno ragionerà con la sua testa».
Il nervosismo si deduce anche dalle dichiarazioni di Lorenzo Guerini, vicesegretario: «Rispetto le decisioni diverse che sono stata assunte dai colleghi del nostro gruppo, ma non le capisco». Le stesse parole usate dal ministro Maurizio Martina. «Polemiche sterili», le definisce invece Francesco Boccia, uno dei ribelli: «Il non voto sul Jobs act? Mi auguro che i nullafacenti della politica, in servizio permanente quando si polemizza, inizino a confrontarsi sul merito».
Intanto Pippo Civati, il più movimentista di tutti, prepara per il 13 dicembre un evento importante a Bologna, insieme a Rosy Bindi. A un giorno dallo sciopero generale, si pensa di celebrare un incontro nel nome del «centrosinistra», ma con una chiara evocazione dell’Ulivo di Romano Prodi. Che è invitato alla kermesse, insieme a Nichi Vendola. Il nome dell’ex premier è visto ancora da molti in quest’area, nonostante i 101 franchi tiratori, come un buon candidato al Colle.

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