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Iva trimestrale, conta il fatturato

di Franco Ricca 

L'Iva trimestrale al bivio tra ricavi e volume d'affari. L'art. 14 della legge n. 183/2011, con effetto dal 2012, ha modificato i limiti per avvalersi della possibilità di effettuare con cadenza trimestrale, anziché mensile, le liquidazioni e i versamenti dell'imposta, agganciandoli permanentemente a quelli stabiliti per l'accesso alla contabilità semplificata ai fini delle imposte sul reddito. Di conseguenza, da quest'anno i limiti, riferiti all'anno solare precedente, sono fissati in:

– 400 mila euro per i soggetti che svolgono attività di servizi oppure attività professionali (fino all'anno scorso 309.874,14 euro);

– 700 mila euro per i soggetti che svolgono altre attività (fino all'anno scorso 516.456,90 euro).

Fin qui tutto bene. Il problema è che, secondo un'interpretazione abbastanza seguita, la legge avrebbe uniformato non soltanto le soglie, ma anche, per così dire, l'unità di misura, per cui i limiti monetari sopra detti sarebbero ora riferiti non più al volume d'affari, ma ai ricavi. Si ipotizza inoltre che i contribuenti trimestrali in base ai nuovi limiti (di ricavi) non potrebbero differire al 16 marzo dell'anno successivo il versamento del saldo del periodo d'imposta, qualora non rispettino anche i precedenti limiti (di volume d'affari).

Si tratta di un'interpretazione che trova scarso conforto nella lettera della norma, e nessuna giustificazione sul piano logico-sistematico.

Cominciando dal dato letterale, il comma 11 del citato articolo 14 della legge n. 183/2011 stabilisce che «i limiti per la liquidazione trimestrale dell'Iva sono i medesimi di quelli fissati per il regime di contabilità semplificata». È da osservare che la norma, parlando di «limiti» (e non, ad esempio, di presupposti o di requisiti), è sicuramente riferibile, in via immediata e diretta, ai valori monetari, ma non anche al parametro al quale quei valori devono essere ricollegati. Questo parametro, com'è noto, per quanto riguarda l'accesso al regime di contabilità semplificata per le imprese minori ai fini del reddito è rappresentato dai ricavi conseguiti nell'anno (art. 18, dpr n. 600/73); per quanto riguarda invece l'accesso al regime trimestrale delle liquidazioni e dei versamenti Iva, sempre per i contribuenti minori (ex art. 33, dpr 633/72, ora art. 7, dpr n. 542/99), è rappresentato dal volume d'affari, a sua volta costituito dall'ammontare complessivo dei corrispettivi delle operazioni Iva dell'anno, con le eccezioni dell'art. 20, dpr 633/72.

Dal punto di vista logico-sistematico, l'unificazione delle soglie per l'accesso ai detti regimi realizzata dalla legge n. 183/2011, nell'apprezzabile intento di semplificazione delle regole, non può tradursi nell'uniformazione del parametro di riferimento nei due settori impositivi, perché altrimenti rischierebbe di alterare la classificazione dei «contribuenti minori» agli effetti dell'Iva.

A tal fine, infatti, l'unità di grandezza non può che essere rappresentata dall'importo delle operazioni rilevanti per l'imposta, il cui ammontare complessivo dell'anno solare costituisce il volume d'affari. L'opportunità di liquidare e versare trimestralmente l'imposta, anziché mensilmente, viene concessa dalla legge ai contribuenti che, in base al limite individuato dal legislatore, possono essere qualificati «contribuenti minori», meritevoli, in ragione delle ridotte dimensioni di fatturato (e, di conseguenza, dell'entità non rilevantissima dell'imposta dovuta), di fruire della predetta semplificazione senza eccessivi pregiudizi finanziari per l'erario (peraltro compensato attraverso la maggiorazione dell'1%, che coloro che si avvalgono di questa facoltativa opportunità sono tenuti ad applicare ai saldi periodici).

È evidente che non avrebbe senso, invece, «misurare» le dimensioni del contribuente minore con un parametro diverso, quale il ricavo, non espressivo ai fini dell'Iva. Basti pensare all'impresa edile che nel corso di uno o due anni solari abbia fatturato acconti imponibili per milioni di euro, contabilizzati come «clienti conto anticipi», senza rogitare alcuna vendita immobiliare: l'impresa non ha alcun ricavo in bilancio, ma ha realizzato, in ciascun anno, volumi d'affari milionari. Certamente non sarebbe logico considerarla «contribuente minore» agli effetti dell'Iva, come invece discenderebbe dall'interpretazione che sta circolando in queste settimane.

E vale, naturalmente, anche il contrario: al momento dei rogiti, l'impresa consegue ricavi milionari, per cui diventerebbe obbligatoriamente «mensile» agli effetti dell'Iva, anche in mancanza di operazioni rilevanti per l'imposta.

In attesa di un chiarimento ufficiale sulla questione, va osservato conclusivamente che, nella materia qui in esame, sarebbe piuttosto necessario un intervento di «pulizia normativa», ossia la soppressione della (tacitamente abrogata dall'interpretazione ministeriale, ma formalmente vigente) disposizione dell'ultimo comma dell'art. 18, che, in senso esattamente opposto a quello da molti attribuito alla norma della legge n. 183/2011, stabilisce che, ai fini della contabilità semplificata, si assumono come ricavi i corrispettivi rilevanti agli effetti dell'Iva.

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