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Iva standard, il flop si avvicina

La dichiarazione Iva standard a rischio aborto. Presentata dalla Commissione europea lo scorso autunno (si veda ItaliaOggi del 24 ottobre 2013), incontra le resistenze di Italia, Francia e Germania. I tre paesi hanno, infatti, espresso riserve sull’impatto che la novità avrebbe nella normativa comune e negli ordinamenti interni. Il Senato francese, in particolare, ha evidenziato il «rischio di pregiudicare l’efficacia della lotta contro la frode all’Iva in quanto le amministrazioni fiscali disporranno di meno informazioni». Un’osservazione sostanzialmente analoga è sottoscritta dal consiglio federale tedesco. L’Italia, da parte sua, pur valutando positivamente la proposta in via di principio, ha espresso preoccupazioni su talune ricadute pratiche e sugli effetti finanziari. A darne conto è una scheda predisposta dal servizio affari internazionali di palazzo Madama, che fa il punto sul documento Com (2013) del 23 ottobre 2013, con il quale l’esecutivo dell’Ue, al fine di semplificare gli adempimenti delle imprese, ha proposto alcune modifiche alla direttiva 2006/112/Ce volte a uniformare la dichiarazione periodica Iva dei contribuenti dell’Unione, andando incontro soprattutto alle esigenze delle imprese che operano su diversi mercati. Ma per queste imprese, la vera soluzione sarebbe la realizzazione dello sportello unico, per consentire di adempiere gli obblighi solo nel paese di stabilimento, pur fatturando l’imposta dovuta negli altri paesi.

Tornando alla proposta, la dichiarazione standard dovrebbe contenente un numero di informazioni variabile da un minimo di cinque a un massimo di 26. Molti, dunque, i dati che scomparirebbero dalla dichiarazione, ad esempio l’indicazione del prorata di detrazione e dell’importo delle eventuali rettifiche. Proprio su questa semplificazione si incentrano i dubbi manifestati dalla Francia, che richiama l’attenzione sui pregiudizi alle attività di controllo da parte delle autorità fiscali. Un aspetto, questo, che invero è stato considerato in fase di elaborazione della proposta, ma superato con l’osservazione che non ci sono prove che i controlli basati sulle attuali informazioni richieste ai contribuenti abbiano funzionato; sarebbe però una spiegazione un po’ superficiale, poiché, al di là di ogni altra considerazione, è di tutta evidenza come la richiesta di alcuni dati contabili, quali quelli sopra citati, abbia un indubbio effetto deterrente verso l’adozione di comportamenti scorretti. Il Consiglio federale tedesco, da parte sua, ha censurato anzitutto l’inadeguatezza della base giuridica, individuata nell’art. 113 del Tfue, che però non consentirebbe di adottare disposizioni sull’armonizzazione delle norme procedurali, nonché l’assenza del requisito della necessità dell’azione comunitaria, che aggraverebbe i problemi esistenti, l’assenza di effetti positivi per l’Ue e la violazione del principio di proporzionalità. A quest’ultimo proposito, anche la Germania sottolinea che la proposta della Commissione «rende impossibile l’utilizzo degli strumenti finora utilizzati per combattere la frode ma non fornisce alcuna alternativa valida per sostituirli». Venendo alle criticità rilevate dal nostro governo, oltre all’impatto finanziario negativo nel primo anno, l’Italia evidenzia l’impossibilità di abbinare la dichiarazione Iva standard al modello Unico, l’assorbimento della comunicazione dati Iva, la necessità di rivedere la disciplina dei versamenti periodici e l’impossibilità di richiedere il versamento dell’acconto. La proposta della Commissione (si veda ItaliaOggi del 25 ottobre 2013) rivoluzionerebbe il calendario degli adempimenti Iva, obbligando a reintrodurre la dichiarazione periodica, mensile o trimestrale, a seconda della frequenza delle liquidazioni adottata dal contribuente. Questo perché il termine del versamento periodico dell’Iva sarebbe indissolubilmente legato al termine di presentazione della dichiarazione periodica e sarebbe soppressa la facoltà per gli stati membri di prevedere termini di pagamento diversi, sicché delle due l’una: o si mantiene la dichiarazione annuale, incassando però l’imposta annualmente (ipotesi certamente da scartare), oppure si ripristinano le dichiarazioni mensili e trimestrali (ossia riferite al periodo fiscale come già definito dalla normativa comunitaria vigente) alle quali agganciare i versamenti periodici. Si allungherebbe, inoltre, il termine per il versamento periodico da parte dei contribuenti mensili, dato che la scadenza non potrebbe essere fissata prima del decorso di un mese dalla fine del periodo fiscale di riferimento.

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