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Iva-Irap, evasi 46 miliardi l’anno

Il pericolo da evitare è un «effetto avvitamento» tra manovre correttive in gran parte concentrate su aumenti del prelievo fiscale, con inevitabili effetti recessivi, che a loro volta rendono necessarie nuove strette. Non ricorre a mezzi termini la Corte dei Conti nell’invitare Governo e Parlamento a «disinnescare questo circolo vizioso».
Il punto dolente è l’eccesso di tassazione. La scelta di accelerare il riequilibrio dei conti attraverso l’aumento della pressione fiscale oltre il 45 per cento del Pil – si legge nel «Rapporto 2012 sul coordinamento della finanza pubblica», presentato ieri alla Camera – si pone «in contraddizione con gli indirizzi di riordino del sistema tributario, ispirati a finalità di maggiore equità redistributiva». Le tre manovre del 2011 concentrano l’onere dell’aggiustamento per il 66% sul versante delle entrate, «con effetti cumulati fino ai 53,7 miliardi del 2014, pari a tre punti di Pil».
La spesa è da porre sotto controllo, e va invertita la tendenza che ha di fatto contratto oltre misura la decisiva componente degli investimenti. Ma la vera piaga resta l’evasione fiscale: tra il 2007 e il 2009 – rivela la magistratura contabile – si registra un tasso di evasione al 29,3% per l’Iva e del 19,4% per l’Irap, pari a 46 miliardi l’anno di mancato gettito (per un totale di imposte evase nel triennio pari a 138 miliardi). A livello territoriale, il Sud e le Isole presentano un tasso di evasione del 40,1% per l’Iva e del 29,4% per l’Irap, «a fronte di una devianza pressoché dimezzata nel nord del Paese». Le differenze si invertono se si guarda ai valori assoluti, con «il grosso dell’evasione» che si concentra nelle aree del Nord Ovest e Nord Est in cui si realizza la quota più rilevante del volume d’affari e del reddito del nostro paese».
Con l’economia in recessione e con il quadro appena descritto, la prospettiva di un taglio delle tasse si allontana nel tempo. L’auspicio del governo, secondo quanto conferma il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, è di prevedere la riduzione della pressione fiscale, «ma le conseguenze degli eventi calamitosi che hanno colpito il nostro paese danno agli impegni del governo difficoltà ancora maggiori di quelle ipotizzate».
Gli aumenti dell’imposizione fiscale sono già stati deliberati, e altri sono in programma per l’autunno. Il riferimento è all’aumento di due punti delle aliquote Iva del 10 e 21%, e all’eventualità (sempre più remota per la verità) che si riesca ad evitare questo nuovo giro di vite fiscale qualora i risparmi della spending review riescano a compensare 4 miliardi di gettito per l’anno in corso.
La strada per ridurre le tasse resta in proposito – lo ribadisce la Corte dei Conti – l’ampliamento della base imponibile, «assegnando alla lotta all’evasione il compito di assicurare margini consistenti per riequilibrare il sistema di prelievo». Il governo – osserva il sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani – ha già spostato una parte di tassazione sui patrimoni, immobiliari e mobiliari per 5 miliardi, a favore di un alleggerimento su capitale e lavoro. «L’obiettivo primario non era quello di fare sgravi fiscali, ma mettere al sicuro i conti pubblici». Non si può avere crescita senza risolvere i nodi strutturali e «questo è il nodo del fisco».

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