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Iva intraUe semplificata, ma solo per soggetti certificati

Iva intracomunitaria più semplice, ma non per tutti: le imprese che potranno fregiarsi della qualifica di «soggetto passivo certificato» potranno accedere a regole semplificate per provare il trasferimento delle merci in altro stato membro, potranno effettuare in regime sospensivo i trasferimenti di beni destinati a una vendita successiva e, soprattutto, continueranno ad assolvere l’Iva sugli acquisti intraUe con il meccanismo dell’inversione contabile (mentre gli acquirenti «non certificati» dovranno pagare l’imposta al fornitore). Queste le linee principali del progetto di riforma elaborato dalla commissione europea, articolato attraverso due proposte che mirano a modificare la direttiva Iva (proposta 569) e il regolamento applicativo (proposta 568), presentate il 4 ottobre 2017. Vediamo più in dettaglio come dovrebbero cambiare le regole, nelle intenzioni della commissione, fra poco più di un anno, ossia dal 1° gennaio 2019.

Requisiti della cessione intraUe e applicazione dell’Iva a destinazione. Attualmente, secondo la definizione dell’art. 138 della direttiva, costituiscono requisiti sostanziali della cessione intracomunitaria, esente nel paese di origine (e imponibile, specularmente, come acquisto intracomunitario nel paese di destinazione):

– il trasferimento del diritto di disporre dei beni come proprietario;

– l’effettivo spostamento dei beni da un paese membro a un altro;

– la soggettività passiva dell’acquirente.

Fra tali requisiti non figura dunque il possesso, da parte dell’acquirente, di un numero identificativo Iva all’interno dell’Ue, né l’effettivo assolvimento degli obblighi di tassazione nel paese di destinazione. La Corte di giustizia, infatti, ha più volte sottolineato che, a eccezione di quelli sopraindicati, relativi allo status di soggetto passivo, al trasferimento del potere di disporre dei beni e allo spostamento fisico dei beni stessi da uno stato membro a un altro, nessun altro requisito può essere imposto per qualificare un’operazione come cessione o acquisto intracomunitari di beni. Nella sentenza 27 settembre 2012, C-587/10, per esempio, la Corte ha chiarito che il requisito della soggettività passiva dell’acquirente, il quale deve agire in tale veste in un altro stato membro, «non implica, di per sé, che l’acquirente debba operare attraverso un numero d’identificazione Iva nell’ambito dell’acquisto di cui trattasi». Certo, il numero di partita Iva è un elemento importante ai fini del controllo delle operazioni intracomunitarie, giacché costituisce la prova dello status di soggetto passivo; resta, però, un requisito formale che non può rimettere in discussione il diritto all’esenzione della cessione intracomunitaria per la quale ricorrano i presupposti sostanziali richiesti dalla norma. Pertanto, «anche se è legittimo esigere che il fornitore agisca in buona fede e adotti tutte le misure che gli si possono ragionevolmente richiedere al fine di assicurarsi che l’operazione effettuata non lo conduca a partecipare a una frode fiscale, gli stati membri eccederebbero quanto strettamente necessario per l’esatta riscossione dell’imposta qualora negassero il beneficio dell’esenzione dall’Iva a una cessione intracomunitaria unicamente in ragione del fatto che il numero d’identificazione Iva non è stato comunicato dal fornitore, anche qualora quest’ultimo non possa, in buona fede, e dopo aver adottato tutte le misure che gli si possono ragionevolmente richiedere, comunicare detto numero, ma fornisca invece altre indicazioni in grado di dimostrare sufficientemente che l’acquirente è un soggetto passivo che agisce in quanto tale nell’operazione di cui trattasi». Più recentemente, nella sentenza 9 febbraio 2017, C-21/16, la Corte ha dichiarato che, a maggior ragione, non costituisce requisito sostanziale della cessione intracomunitaria l’iscrizione del soggetto passivo nel sistema Vies, ragion per cui l’amministrazione finanziaria non può negare l’esenzione di tale cessione per il solo motivo che, al momento in cui è stata effettuata, l’acquirente, domiciliato sul territorio dello stato membro di destinazione e titolare di un numero di identificazione Iva valido per le operazioni interne, non è iscritto al sistema Vies e non è assoggettato a un regime di tassazione degli acquisti intracomunitari, allorché non esiste alcun serio indizio che lasci supporre l’esistenza di una frode ed è dimostrato che sono soddisfatte le condizioni sostanziali dell’esenzione.

Questo contesto rende obiettivamente più difficili i controlli delle amministrazioni finanziarie allo scopo di contrastare l’evasione dell’Iva. La Commissione propone quindi di modificare l’articolo 138 della direttiva, in modo da prevedere che costituiscono requisiti sostanziali della cessione intracomunitaria anche l’identificazione Iva dell’acquirente in uno stato membro diverso da quello di partenza dei beni e l’indicazione dell’acquirente medesimo nell’elenco riepilogativo delle cessioni presentato dal cedente (modello Intrastat). È da osservare, al riguardo, che queste modifiche sarebbero idonee ad agevolare il tracciamento degli scambi intracomunitari, evitando situazioni incongruenti come quella della vicenda sottostante alla sentenza del 27 settembre 2012, richiamata prima; non ci sembra che cambierebbe molto, invece, sulla questione della validazione del numero di partita Iva al Vies, che non può costituire condizione per applicare la tassazione nel paese di destinazione e ammettere così, implicitamente, un’inammissibile discrezionalità delle parti contraenti circa il regime dell’operazione.

Novità di rilievo sono previste anche riguardo alle modalità di applicazione dell’imposta nel paese di destinazione. L’articolo 402 della direttiva, nel testo sostituito secondo la proposta della Commissione, nel confermare definitivamente il principio di tassazione degli scambi «B2B» nel paese membro di destinazione, al fine di contrastare le frodi stabilisce che se l’acquirente non è un «soggetto passivo certificato», l’Iva dovrà essere addebitata, nella misura prevista dallo stato membro di destinazione, dal cedente e da questi versata con un sistema semplificato di sportello unico, vale a dire senza necessità di identificazione nel paese della tassazione (similmente al sistema «Moss» per i servizi elettronici, di telecomunicazione e di teleradiodiffusione).

Parallelamente sarà conservato anche l’attuale meccanismo di applicazione dell’imposta mediante inversione contabile da parte dell’acquirente intracomunitario, ma solo per i cessionari in possesso dello status di «soggetto passivo certificato».

Un’altra novità consiste nell’introduzione di una disciplina comune per le cessioni intracomunitarie con effetto traslativo differito in regime di «call stock off», espressione con la quale si intende il trasferimento di beni dal paese membro del cedente in un magazzino situato nel paese membro dell’acquirente, con l’intesa che il passaggio della proprietà avverrà al momento del prelievo dei beni. Si tratta, in sostanza, di una tipologia di contratto estimatorio, in Italia chiamata anche «consignment stock» (denominazione che, a seconda del paese, assume però significati differenti). Allo scopo di semplificare e uniformare il trattamento Iva di queste operazioni, si prevede di introdurre una disciplina specifica, secondo cui la movimentazione dei beni tra i due stati membri non dà luogo a cessione/acquisto intraUe fino a quando non si realizza il trasferimento della proprietà, come già previsto dalla normativa italiana; ciò, tuttavia, ad alcune condizioni, la principale delle quali è lo status di «soggetto passivo certificato» di entrambi i contraenti. Di conseguenza, qualora le condizioni non saranno soddisfatte, l’operazione intraUe (cessione non imponibile nel paese di origine e acquisto intracomunitario imponibile a destinazione) si realizzerà con il trasferimento fisico delle merci.

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