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Iva, una falla sugli affitti brevi

L’Ocse mette in allerta sugli affitti brevi e sui trasporti. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha pubblicato, infatti, un report sulle problematiche dell’Iva legate alla sharing e gig economy con una serie di risposte per contrastare i pericoli di evasione dell’imposta, con il conseguente danno concorrenziale per l’economia tradizionale. Parliamo, cioè, di economia della condivisione, ossia tutte quelle forme di business che si stanno affermando negli ultimi decenni, declinate in vari modi e applicate a diversi settori, grazie al supporto di piattaforme digitali: dagli affitti brevi, al noleggio auto e così via. Attualmente in Italia gli affitti brevi, per esempio, sono esenti da Iva se non svolti come attività professionale. A detta dell’Ocse, anche se la rivoluzione dell’economia che permette «nuovi modi di fare le cose» riguarda innumerevoli settori, i più urgenti su cui intervenire sono gli alloggi e i trasporti. Una palestra d’allenamento per capire come calibrare misure generali da applicare a tutta l’economia del terzo millennio. Uno studio del 2019 che copre i principali mercati di tutto il mondo indicava che l’attività della sharing/gig economy valeva 170 miliardi di euro nel 2018 e si prevede che raggiungerà 380 miliardi di euro entro il 2023.

Le motivazioni chiave per lo sviluppo di una strategia Iva in risposta alla crescita della sharing/gig economy sono probabilmente diverse nei vari paesi. Queste dipendono da una serie di fattori, tra cui la dimensione e la crescita dei settori, e il possibile impatto sulle entrate Iva, e la pressione competitiva che crea per il settore economico equivalente. Le attività svolte nella sharing/gig economy non sono generalmente nuove e sono in linea di principio coperte dalle normali regole Iva. È l’uso della tecnologia per facilitare e fornire queste attività che è nuovo e che crea sfide e opportunità per la politica e l’amministrazione Iva, poiché le piattaforme della sharing/gig economy generano e stimolano l’attività di un numero potenzialmente elevato di nuovi attori economici.

Le piattaforme digitali sono al centro di questa evoluzione. I continui progressi tecnologici, non ultima la capacità di raccogliere e analizzare grandi quantità di dati, hanno permesso alle piattaforme digitali di implementare con successo modelli di business innovativi, basati sulla condivisione di beni e servizi piuttosto che sui tradizionali concetti di proprietà. Questa trasformazione riflette la crescente preferenza dei consumatori per un accesso on-demand più flessibile, in particolare tra i giovani, e l’interesse dei privati e delle imprese per le opportunità che questo crea per monetizzare beni e lavoro (sotto)utilizzati.

I principali problemi di compliance dell’Iva non derivano tuttavia dalle piattaforme, che spesso sono grandi multinazionali in grado di sopportare costi amministrativi e adempimenti burocratici, ma riguarda i piccoli operatori che utilizzano i portali online per portare avanti le proprie attività. La crescita della sharing/gig economy ha innescato l’ingresso nel mercato di un numero considerevole, e ancora crescente, di nuovi attori economici che svolgono attività in modi spesso nuovi e con uno status occupazionale o lavorativo non standard. Questi nuovi attori possono spesso avere una conoscenza limitata dell’Iva e la capacità di conformarsi (per esempio, micro-imprese, Pmi). Le loro attività possono creare rischi di distorsione della concorrenza limitati a livello individuale ma che possono essere significativi a livello aggregato.

La risposta preferita dei paesi in materia di Iva e sharing economy è quella coerente con le regole generali e i principi del sistema Iva esistenti nei paesi, cioè limitare di introdurre nuove eccezioni o regimi speciali. Infatti, le autorità fiscali devono affrontare il difficile compromesso tra la necessità di proteggere le entrate e minimizzare la distorsione della concorrenza, con la necessità di salvaguardare l’efficienza dell’amministrazione fiscale e di evitare eccessivi oneri di conformità. Per sostenere una risposta equilibrata a questa sfida, l’Ocse definisce una serie di possibili misure volte a gestire il numero dei nuovi attori economici che entrano nel sistema Iva. Queste misure includono: determinare una soglia valore per la registrazione e/o la riscossione dell’Iva; schemi presuntivi per la determinazione dell’assoggettamento all’Iva; semplificazioni contabili; meccanismi di ritenuta per la riscossione dell’Iva; l’uso della tecnologia per facilitare l’amministrazione e il rispetto dell’Iva; obblighi di reporting delle piattaforme; educazione dei contribuenti e altre attività di sensibilizzazione.

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