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Iva evasa, risponde il venditore

Nella cessione intracomunitaria, il venditore può essere chiamato a rispondere dell’Iva evasa dall’acquirente se non dimostra di avere agito con diligenza e in buona fede. La responsabilità non può però essere affermata a motivo del fatto che, dopo l’effettuazione dell’operazione, lo stato membro competente abbia cancellato il numero di partita Iva dell’acquirente con effetto retroattivo. È quanto emerge dalla sentenza 6 settembre 2012, C-273/11, nella quale la Corte di giustizia Ue torna ad occuparsi degli aspetti probatori ai fini della non imponibilità delle cessioni intraUe.

Una società ungherese aveva venduto a una società italiana una partita di cereali, destinati a essere trasportati in Italia a cura dell’acquirente. Prima del trasporto, l’acquirente aveva comunicato al venditore i numeri di immatricolazione dei camion che avrebbero prelevato la merce presso i suoi magazzini. Caricata la merce, i trasportatori presentavano i documenti di trasporto vistati (lettere di vettura Cmr) al venditore, il quale ne tratteneva una fotocopia. Successivamente, i documenti venivano rispediti al venditore, per posta, dall’indirizzo dell’acquirente, situato in Italia.

La prima delle due fatture emesse dal venditore senza addebito dell’Iva veniva pagata da un cittadino ungherese, mentre la seconda, che avrebbe dovuto essere saldata dopo otto mesi, non veniva pagata affatto. Prima della fatturazione, il venditore aveva verificato che l’acquirente risultava nel registro dei soggetti passivi Iva. In sede di controllo, l’amministrazione ungherese inoltrava una richiesta di cooperazione alle autorità italiane, le quali accertavano che l’acquirente non aveva versato l’Iva e che era sconosciuto e irreperibile, per cui il 14/1/2010 provvedevano a cancellarlo dai soggetti passivi con effetto retroattivo al 17/4/2009. Di conseguenza, il fisco ungherese, considerato che la società venditrice non era stata in grado di dimostrare che aveva effettuato una cessione intraUe, le richiedeva il pagamento dell’imposta e delle sanzioni. Il giudice nazionale decideva di sospendere la causa che ne è scaturita per sottoporre alcune questioni alla Corte Ue, fra cui se la direttiva consenta allo stato membro, in una situazione del genere, di negare al venditore l’esenzione della cessione.

Nella sua sentenza, la Corte ha ricordato che l’esenzione della cessione intraUe diviene applicabile solo quando il potere di disporre del bene è stato trasmesso all’acquirente, il venditore prova che tale bene è stato spedito o trasportato in un altro stato membro e che, in seguito a tale spedizione o trasporto, ha lasciato fisicamente il territorio di partenza. Quanto all’obbligo, per il venditore, di dimostrare la spedizione o il trasporto del bene, in mancanza di specifiche disposizioni nella direttiva, spetta agli stati membri fissare le condizioni, nel rispetto dei principi di certezza del diritto e di proporzionalità. Posto che nulla risulta in merito agli eventuali obblighi previsti dalla normativa nazionale, tali obblighi devono essere determinati in funzione delle condizioni stabilite a tale riguardo dal diritto nazionale e dalla prassi abituale prevista per analoghe operazioni.

Circa la possibilità di imporre al soggetto passivo l’obbligo di accertarsi che la merce abbia fisicamente lasciato il proprio territorio, la Corte ha osservato che, in una situazione in cui manifestamente non esiste alcuna prova tangibile, un simile obbligo non è ammissibile. Nella fattispecie, risulta che il venditore si è basato sul numero di partita Iva dell’acquirente, sul fatto che la merce era stata prelevata con mezzi immatricolati all’estero e sulle lettere di vettura rispedite dall’acquirente dal suo indirizzo postale, nelle quali era indicato che i beni erano stati trasportati in Italia. Spetta al giudice nazionale valutare se il venditore abbia così assolto con la dovuta diligenza i propri obblighi in materia di prova. Qualora si accerti che sia stata evasa l’imposta, è comunque giustificato subordinare alla buona fede il diritto del venditore all’esenzione: se egli sapeva o avrebbe potuto rendersi conto dell’evasione, sarà ritenuto responsabile del mancato pagamento dell’Iva; in caso contrario, l’imposta dovrà essere richiesta all’acquirente. In particolare, il giudice valuterà le circostanze sulle quali l’autorità ungherese basa la convinzione della malafede del venditore, ossia il fatto che egli, pur non conoscendo l’acquirente, non aveva richiesto alcuna garanzia, non aveva assunto informazioni supplementari, aveva consegnato la merce accettando il pagamento posticipato e aveva presentato le lettere di vettura rispeditegli dall’acquirente nonostante fossero incomplete. Riguardo alla questione della cancellazione retroattiva della partita Iva, la Corte ha osservato in primo luogo che l’obbligo di disporre di un numero identificativo non è una condizione sostanziale della cessione intraUe, anche se tale formalità fornisce la prova dello status di soggetto passivo dell’acquirente e agevola i controlli. Fatta questa importante precisazione, la Corte ha concluso che il venditore non può essere considerato responsabile per il fatto che, dopo la cessione, il numero di partita Iva dell’acquirente sia stato cancellato retroattivamente.

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