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Iva, anche il falso medico paga

Il falso medico paga l’Iva. L’esercizio abusivo della professione non può fruire del regime di esenzione dall’imposta, non già per motivi soggettivi, ma perché le prestazioni rese in difetto di abilitazione non possono oggettivamente qualificarsi come sanitarie. Questa interpretazione, più volte seguita dalla Corte di cassazione, non contrasta con la giurisprudenza comunitaria, che secondo un certo orientamento imporrebbe invece l’esenzione delle prestazioni abusive sulla base del principio di neutralità e conseguente parità di trattamento tra operazioni lecite e illecite.

Il dato normativo. L’art. 10, primo comma, del dpr 633/72, ai punti 18) e 19), dichiara esenti dall’Iva:

– le prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione rese alla persona nell’esercizio delle professioni e arti sanitarie soggette a vigilanza, ai sensi dell’articolo 99 del rd 27 luglio 1934, n. 1265 (Tuls), ovvero individuate con decreto interministeriale;

– le prestazioni di ricovero e cura rese da enti ospedalieri o da cliniche e case di cura convenzionate nonché da società di mutuo soccorso con personalità giuridica e da onlus, compresa la somministrazione di medicinali, presidi sanitari e vitto, nonché le prestazioni di cura rese da stabilimenti termali.

Queste disposizioni recepiscono quelle dell’art. 132, par. 1, lettere b) e c) della direttiva 2006/112/Ce del 28 novembre 2006, che impongono infatti agli stati membri di esentare dall’imposta:

– l’ospedalizzazione e le cure mediche nonché le operazioni a esse strettamente connesse, assicurate da enti di diritto pubblico oppure, a condizioni sociali analoghe a quelle vigenti per i medesimi, da istituti ospedalieri, centri medici e diagnostici e altri istituti della stessa natura debitamente riconosciuti;

– le prestazioni mediche effettuate nell’esercizio delle professioni mediche e paramediche quali sono definite dallo stato membro interessato.

In merito alla portata delle norme in esame, il cui obiettivo è di facilitare economicamente l’accesso alle cure della salute della persona, la Corte di giustizia ha chiarito che la direttiva non esenta l’insieme delle prestazioni che possono essere effettuate nell’ambito dell’esercizio delle professioni mediche e paramediche, ma solo le prestazioni mediche effettuate principalmente al fine di tutelare (anche in via di prevenzione), mantenere o ristabilire la salute. L’esenzione non può invece estendersi alle prestazioni rivolte principalmente ad uno scopo diverso, quali le visite, le analisi e le perizie che hanno il fine di permettere a un terzo di assumere una decisione produttiva di effetti giuridici, per esempio per la concessione di una pensione di invalidità, per la risoluzione di una controversia legale, per l’accertamento della paternità, a prescindere dalla circostanza che tali prestazioni possono anche portare alla scoperta di patologie.

Per quanto concerne, poi, la distinzione tra le previsioni della lettera b) e della lettera c) dell’art. 132 della direttiva (nel diritto interno, tra quelle dei punti 19 e 18 dell’art. 10, dpr 633/72), la corte ha chiarito che la lett. b) riguarda le prestazioni rese in ambito ospedaliero, mentre la lett. c) riguarda quelle fornite al di fuori di tale ambito, nel domicilio del prestatore oppure altrove. Pertanto, la nozione di «cure mediche» di cui alla lett. b) e quella di «prestazioni mediche» di cui alla lett. c) riguardano entrambe prestazioni che hanno lo scopo di diagnosticare, curare e possibilmente guarire malattie o problemi di salute.

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