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Iva a ostacoli in caso di frode

di Debora Alberici  

Niente detrazione sull'Iva pagata se il contribuente non riesce a dimostrare che non era a conoscenza della frode fiscale.

Lo ha stabilito la Cassazione che, con la sentenza numero 8132 dell'11 aprile 2011, ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle entrate. Ci sono volute ben ventotto pagine di motivazioni per mettere i puntini sulle «i» e fare il punto su quali circostanze devono ricorrere affinché l'azienda abbia accesso alla detrazione, nel caso in cui rimanga coinvolta nell'ambito di un'inchiesta per frode fiscale.

In primo luogo, «l'Iva pagata per l'operazione soggettivamente inesistente non è detraibile». E poi, «è onere del contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione qualora l'Amministrazione gli contesti l'indebita detrazione di fatture, in quanto relative ad operazioni inesistenti». Ancora, «il contribuente committente-cessionario, al quale sia contestata la detrazione dell'Iva relativa ad operazioni soggettivamente inesistenti, ha il diritto di detrarre l'Iva se, a prescindere dal pagamento dell'imposta, dimostra che non sapeva e non poteva sapere di partecipare ad una operazione che si iscriveva in una frode all'imposta». In altri termini, scrive ancora il Collegio di legittimità, e con una formula più rigorosa «lo stesso principio può esser formulato così sancendo che l'azienda committente-cessionario, alla quale sia contestata la detrazione dell'Iva, anche se pagata, relativa ad operazioni soggettivamente inesistenti, ha l'onere di conoscere che il venditore-prestatore è autore di un'operazione in frode all'Iva e, se vuole vedersi riconosciuto il diritto di detrarre l'Iva, ha l'onere di dimostrare che è incolpevole la sua ignoranza di aver partecipato a una operazione in frode dell'Iva». Ma non è ancora tutto. In altre parole il committente cessionario che vuole esercitare il diritto al beneficio fiscale (e cioè alla detrazione) deve «fornire la prova della sua ignoranza della fittizietà della fatturazione altrui». La partita, dunque, si gioca interamente sull'onere della prova. Di sicuro c'è che non è facile per il contribuente dimostrare la buona fede e la mancata conoscenza della frode fiscale. È dunque legittima la rettifica Iva notificata dall'ufficio di Firenze a una contribuente coinvolto in un giro di fatture false. Lui aveva dichiarato di essere solo l'ultima ruota del carro e di non sapere che le società che avevano emesso le fatture erano in realtà delle cartiere. Per questo aveva portato in detrazione l'imposta. Una volta ricevuta la rettifica l'aveva impugnata di fronte alla ctp toscana che aveva respinto. Poi la Ctr aveva capovolto le sorti della vicenda. A questo punto l'amministrazione finanziaria ha presentato ricorso in Cassazione e lo ha vinto. In particolare il Collegio di legittimità ha rovesciato la decisione della ctr che aveva ritenuto necessaria la prova, da parte del fisco, della dimostrazione della consapevolezza della frode. Ora la sezione tributaria ha posto quest'onere a carico del contribuente.

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