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Iva, 35 mld all’anno in fumo

Al fisco italiano mancano all’appello 35 miliardi di euro di Iva ogni anno. Il tax gap, cioè la differenza tra la somma teoricamente incassabile e quanto realmente affluisce all’erario, è pari al 33%, ossia a un terzo del totale. In Europa fanno peggio solo Lettonia (34%), Lituania (36%), Slovacchia (39%) e Romania (44%). Ma per tali paesi in termini assoluti l’ammanco è ben inferiore a quello italiano, vista la differenza di pil prodotto. La classifica, riferita al 2012, è messa in evidenza dal rapporto annuale dell’Ocse relativo all’Italia per il 2015, presentato lo scorso 19 febbraio a Roma dal segretario generale Angel Gurria (si veda ItaliaOggi del 20 febbraio).

L’organizzazione parigina chiede al governo italiano di continuare gli sforzi nella lotta all’evasione, con l’obiettivo di recuperare maggiori risorse che consentano di rispettare gli impegni a lungo termine sulla riduzione del debito pubblico. Oltre all’azione di prevenzione (tramite la semplificazione degli adempimenti e delle norme) e di repressione (tramite un più efficace sistema di controlli e riscossione) l’Ocse suggerisce di ridurre le tax expenditures. Si tratta cioè delle detrazioni e deduzioni consentite dall’ordinamento che hanno per effetto quello di ridurre nel primo caso l’imposta dovuta e nel secondo la base imponibile. «Una delle debolezze del sistema fiscale italiano è il gran numero di spese fiscali», si legge nel rapporto, che richiama lo studio effettuato nel 2011 dal tavolo tecnico presieduto da Vieri Ceriani e insediato presso il Mef. La task force aveva mappato ben 720 agevolazioni tributarie riservate a persone fisiche, enti non commerciali e società. Un numero eccessivo, secondo l’Ocse.

«Ridurre le tax expenditures amplierebbe la base imponibile, consentendo di raggiungere un equivalente gettito ma con una riduzione delle aliquote fiscali», evidenzia il rapporto. Un numero «significativo» di benefici fiscali vengono ritenuti «una parte necessaria di un sistema equo ed efficiente». Tra queste trovano spazio anche gli istituti che in termini finanziari costano di più all’erario: per esempio la no tax area per i redditi fino a 8 mila euro annui, gli sgravi per i familiari a carico o le detrazioni sulle spese sanitarie. Molte altre agevolazioni, invece, sono considerate sacrificabili. Il rapporto sottolinea che alcune, essendo «indiscriminate» (cioè uguali per tutti), vanno ad agevolare maggiormente proprio i soggetti che meno avrebbero bisogno di aiuti, cioè i più ricchi. Tra queste vi sono le aliquote Iva ridotte al 4 e al 10%.

Agevolazioni che, sebbene «pensate per ragioni redistributive», finiscono per «contribuire a generare una perdita di gettito Iva doppia rispetto agli altri paesi dell’Ue (dove la media del tax gap Iva è pari al 16%, ndr)», spiega l’Ocse. In Italia la non compliance in materia di Iva arriva quasi al 2% del pil. La maggior parte è naturalmente imputabile all’evasione, ossia all’imposta intenzionalmente occultata al fisco. Ma nella stima del tax gap rientrano anche i mancati versamenti dovuti a errori nell’interpretazione delle norme e la crisi di liquidità indotta dal ciclo economico (imposta dichiarata ma non versata). «Gli obiettivi di redistribuzione possono generalmente essere raggiunti con misure meno costose, purché selettive», prosegue il rapporto. Le agevolazioni Iva, pertanto, dovrebbero essere «targettizzate» in base ai reali bisogni dei contribuenti, onde evitare le attuali distorsioni. «Le famiglie ricche ricevono gli stessi benefici in termini aggregati da un’aliquota ridotta rispetto alle famiglie povere», osserva l’Ocse, «in alcuni casi possono addirittura ottenere vantaggi maggiori».

Una situazione iniqua, secondo gli economisti di Parigi, che dovrebbe essere corretta mediante un esame caso per caso delle singole agevolazioni. Non sarebbero sufficienti nemmeno i tagli lineari ipotizzati dal governo nelle ultime due leggi di stabilità, a titolo di clausola di salvaguardia: sebbene ridotte nel quantum, le agevolazioni resterebbero uguali per tutti, a prescindere dal reddito del contribuente.

In questo senso, però, potrebbe rivelarsi determinante la delega fiscale. L’articolo 4 della legge n. 23/2014 autorizza infatti l’esecutivo a introdurre la previsione di un rapporto annuale sulle tax expenditures, da allegare al disegno di legge di bilancio, «intendendosi per spesa fiscale qualunque forma di esenzione, esclusione, riduzione dell’imponibile o dell’imposta ovvero regime di favore, sulla base di metodi e di criteri stabili nel tempo». A tale fine potrà inoltre essere istituita una commissione di 15 esperti indicati dal Mef, che potrà avvalersi del contributo delle associazioni di categoria, degli ordini professionali, dei sindacati, delle associazioni familiari e delle autonomie locali. Inoltre, in sede di attuazione della delega il governo dovrebbe procedere a un vero e proprio restyling delle oltre 700 agevolazioni oggi vigenti, eliminando o riformando «le spese fiscali che appaiono, in tutto o in parte, ingiustificate o superate alla luce delle mutate esigenze sociali o economiche ovvero che costituiscono una duplicazione».

Un’opportunità che l’Ocse invita a non sprecare. «La pianificata revisione delle agevolazioni fiscali crea una buona occasione per eliminare le spese costose e per incrementare la selettività delle altre, aumentando in questo modo il livello di redistribuzione sociale», conclude il rapporto.

Va tuttavia segnalato che la riforma delle detrazioni e deduzioni non è stata finora implementata dal governo, nemmeno tra i decreti in bozza.

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