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Iva 2012, scatta la sanzione penale

Superate le scadenze degli acconti Ires e Irpef, i contribuenti sono ora attesi dal versamento dell’acconto Iva per l’anno 2013, da effettuarsi entro il prossimo 27 dicembre.
Il contribuente può optare – in base a ciò che ritiene più vantaggioso – per una di queste modalità:
– metodo storico;
– metodo previsionale (previsto dalla legge 405/1990, articolo 6, comma 2);
– metodo effettivo-analitico (previsto dalla legge 405/1990, articolo 6, comma 3-bis).
La scadenza in questione, però, è rilevante anche per un altro aspetto: si tratta dell’ultimo giorno utile per versare (o contenere sotto la soglia dei 50.000 euro) l’eventuale Iva dichiarata per l’anno 2012 e non ancora versata, per non incorrere in sanzioni penali.
Si ricorda infatti che il reato di omesso versamento dell’Iva, sanzionato con la reclusione da sei mesi a due anni, previsto dall’articolo 10-ter del decreto legislativo 74/2000, scatta allorché alla data di scadenza dell’acconto dell’Iva dell’anno successivo non sia stata versata l’imposta dell’anno precedente per importi superiori a 50.000 euro.
Ne consegue, che il prossimo 27 dicembre si consuma il reato in capo a quei contribuenti i quali hanno dichiarato per l’anno 2012 (ma non versato) imposta per un ammontare superiore a tale soglia.
Su questo la Corte di cassazione ha assunto una linea interpretativa particolarmente rigorosa.
Di recente, le Sezioni unite penali (con la sentenza n. 37424/2013) hanno innanzitutto chiarito che il reato non si pone in rapporti di specialità rispetto all’analoga violazione tributaria che pure viene commessa in presenza di omesso versamento (sanzione del 30% dell’importo non versato in base all’articolo 13, comma 1 del decreto legislativo 471/1997). Con la conseguenza che trovano applicazione entrambe le violazioni (sia quella penale sia quelle tributaria).
Ciò perché gli elementi costituivi di queste violazioni penali e di quelle tributarie sono in parte differenti: per esempio, la presentazione della dichiarazione Iva è richiesta solo ai fini penali, mentre l’omesso versamento degli acconti Iva è richiesto solo per la violazione tributaria. Non potrà, quindi, invocarsi la non sanzionabilità ai fini tributari degli omessi versamenti in presenza di condanna penale del medesimo trasgressore, a norma dell’articolo 19 del decreto 74/2000.
L’altro elemento particolarmente importante da segnalare attiene all’esclusione della colpevolezza, in presenza di crisi di liquidità.
Sul punto, vari tribunali penali (Firenze, Milano, Novara), anche di recente, hanno ritenuto che la comprovata situazione di difficoltà economica escluda l’elemento psicologico del reato richiesto ai fini dell’integrazione della fattispecie penale di omesso versamento. Evidentemente occorre provare in modo dettagliato e inequivocalbile l’effettivo stato di difficoltà economica dell’interessato. E, in ogni caso, si tratta di pronunce isolate, che al momento non scalfiscono il principio generale secondo il quale i tributi vanno comunque pagati.
In queste sentenze, che finora fanno eccezione, i giudici di merito, pur prendendo atto della sussistenza della condotta illecita, hanno ritenuto non provato il dolo, in base alla circostanza, ad esempio, che gli imputati vantassero crediti da enti pubblici, la cui mancata riscossione non consentiva il versamento delle imposte.
Le Sezioni unite, invece, partendo dal presupposto che l’Iva viene riscossa una volta emessa la fattura (il che per la verità non è sempre così) e sussiste quindi un obbligo di “accantonamento” da parte del contribuente per eseguire il successivo versamento, hanno ritenuto integrato il reato anche in presenza di crisi di liquidità. Sul punto, però, la medesima sentenza sembra offrire una minima apertura ove il contribuente dimostri, circostanza non particolarmente semplice, oltre alla crisi di liquidità in cui verte l’azienda anche che l’omesso versamento non sia dipeso da una scelta dell’imprenditore.
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