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Italiani, «turisti del diritto»

Italia, paese del turismo matrimoniale….a doppio senso. Se per gli stranieri le bellezze paesaggistiche e artistiche dello Stivale rappresentano una cornice molto ambita di nozze da sogno, centinaia di coppie italiane fanno il percorso al contrario, in cerca di ben altri souvenir. Biglietti di andata e ritorno per coronare il sogno di un figlio desideratissimo, di un matrimonio altrimenti impossibile o di un divorzio lungo poche settimane. Da culla del diritto il Bel Paese diventa frontiera di importazioni giuridiche, nel tentativo di sfruttare tutti i possibili vantaggi di quella liberalizzazione dei mercati tanto caldeggiata sul fronte politico ed economico. Se si fa eccezione, però, per i pionieri del “turismo legale”, i giovani laureati in legge italiani diventati abogados spagnoli in un batter d’occhio, gli altri tipi di vacanza a scopo normativo (matrimoniale, divorzile e procreativa) si sono finora rivelati tutt’altro che un viaggio sicuro.
Divorzi smart
Per 180 coppie d’accordo sul dirsi addio velocemente la gita – tra l’altro virtuale – in Gran Bretagna doveva essere un rapido “the end” ed è diventato un “restart”. La vicenda dei 360 cuori e una casella postale ha fatto il giro d’Europa avvalorando l’idea di Prezzolini, espressa con chiarezza nel suo «Codice della vita italiana», che «il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa». Vero è che i tempi sono maturi per una riforma della materia, tant’è che proprio in questi mesi è all’attenzione del Parlamento la velocizzazione del divorzio, però la scorciatoia è stata davvero spudorata. Un funzionario del tribunale ha notato la stessa residenza sui fascicoli di due coppie, insospettito si è avventurato in una ricerca dettagliata e ha scoperto un affollamento inverosimile, soprattutto data la capienza di una casella postale.
Nozze d’importazione
Una sorta di tormentone giuridico è invece la questione della trascrizione dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero. A prescindere dalla decennale battaglia delle associazioni di avvocati specializzati in diritti Lgbt che ha portato la questioni all’attenzione dei giudici di ogni grado, il tema ha avuto un rinnovato clamore per la scelta di principio di alcuni sindaci italiani di registrare i matrimoni gay. Al punto che il ministro Angelino Alfano ha formalmente dichiarato che l’Italia «non ammette il turismo nuziale e nemmeno il federalismo matrimoniale».
Eppure il Tribunale di Grosseto, prima di essere smentito dalla Corte d’appello di Firenze, aveva dato il via libera – il primo – alla trascrizione del matrimonio newyorkese di un architetto e un giornalista, non ritenendo la cosa contraria all’ordine pubblico, sulla scia dei principi espressi dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. E forse questo è un caso in cui la furbizia c’entra poco, riguardando più la capacità di un Paese di essere in grado di garantire la stessa libertà di sentire e di essere da altri riconosciuta.
Utero in affitto e bugie
D’altronde è nota la fatica che l’Italia fa ad adeguare il proprio diritto di famiglia alla realtà dei tempi per l’incapacità di sciogliere i nodi di un dibattito etico su tematiche che sono però di stretta e, soprattutto, viva attualità.
Come sempre, poi, sono i giudici italiani a dover fare i conti con famiglie in cerca di un lieto fine; ma non è facile stabilire le sorti di un bambino venuto al mondo lottando contro il sistema e, se vogliamo, contro il destino. La storia tipica è quella di una futura mamma italiana che indossa un cuscino addominale in gommapiuma per simulare una gravidanza in corso in un altro Paese, grazie ad un utero in affitto fecondato con il seme del futuro padre italiano. Poco prima del parto il viaggio della coppia, la dichiarazione di nascita, l’atto redatto dall’ufficiale di stato civile straniero tradotto e autenticato, il ritorno in Italia in tre. Da qui in poi diventa questione giuridica: alterazione di stato o “solo” false attestazioni ad un pubblico ufficiale? Nella migliore delle ipotesi la decisione dei giudici penali è di non procedere affatto; nel peggiore è la dichiarazione di adottabilità di quel figlio di genitori illegali. Come è successo alla coppia bresciana che ha dovuto fare i conti con la prima pronuncia di legittimità sull’argomento (Cassazione 21001/2014).
Il caso, però, è particolare. Gli aspiranti mamma e papà stavolta erano nell’impossibilità assoluta di procreare (lei priva di utero, lui affetto da oligospermia), quindi per poter realizzare il sogno di genitorialità hanno dovuto forzare ben due ordinamenti: quello italiano che vieta la maternità surrogata e quello ucraino in base al quale almeno il 50% del patrimonio genetico deve appartenere alla coppia “committente” e gli ovociti non devono essere della gestante.
Per quanto drammatico l’epilogo, la visione romantica di una coppia che lotta per avere un figlio non può offuscare altri tipi di lettura necessari a chi invece è chiamato ad applicare la legge; ovvero quel perimetro di libertà che ci si è dati con l’obiettivo di regolamentare le azioni e le relazioni. Ecco, immaginare uno scenario senza quel perimetro, a fronte delle infinite possibilità offerte dalla genetica, spaventa.
Anche nel rispetto di chi quel sogno di famiglia lo insegue secondo legge, affrontando il faticoso percorso dell’adozione; l’unico strumento – dice la Cassazione – governato da regole particolari a tutela di tutti gli interessati, in primo luogo i minori «al quale l’ordinamento affida la realizzazione di progetti di genitorialità priva di legami biologici con il nato».

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