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Italiani metà dei bond in cassaforte così la Bce ha salvato Roma e l’euro

La Bce ha “salvato” l’Italia nella seconda metà del 2011 – gli ultimi mesi del governo Berlusconi – con un paracadute da quasi 103 miliardi. A rivelarlo è stata ieri la stessa banca centrale europea: nel portafoglio dell’istituto, ha precisato Eurotower, ci sono 214 milioni di titoli di stato dei Piigs rastrellati da inizio 2010 a fine 2011 nell’ambito del piano per stendere una rete di sicurezza attorno all’euro. E i Btp tricolori fanno la parte del leone visto che Eurotower, in quei sei mesi caldissimi per il Belpaese, ne ha acquistati quasi 600 milioni di euro al giorno (per un totale di 102,8 miliardi, il 6% circa dei titoli italiani in circolazione) raffreddando lo spread – anche se solo per un periodo limitato – e tamponando la fuga degli investitori esteri dal nostro debito pubblico.
La Bce ha speso anche 44 miliardi per comprare bond spagnoli, 33,9 per la Grecia, 22 per il Portogallo e 14 per l’Ir-landa. E alla fine ha fatto un affare: la moneta unica (per ora) è salva, i titoli del Piigs si sono ripresi ed Eurotower ha guadagnato grazie ai loro interessi 1 miliardo nel 2012 di cui 555 milioni solo per quelli greci che pagano tassi molto alti. Cifra, va detto, che in base alle intese con Atene sarà girata da Draghi al governo ellenico.
Francoforte aveva varato il piano di Securities market program (Smp) nel 2010 un po’ in sordina, con poche operazioni mirate sui mercati di Grecia, Irlanda e Portogallo, all’epoca i malati più gravi del Vecchio continente. L’Smp ha avuto però il suo apogeo proprio nel 2011 quando il contagio dei debiti sovrani è arrivato a lambire Roma e Madrid. A inizio estate, con lo spread arrivato per la prima volta oltre quota 400, Jean-Claude Trichet ha alzato il tiro. E ha costretto Silvio Berlusconi, dicono le indiscrezioni, a impegnarsi (pare per iscritto) ad accelerare le manovre correttive del bilancio tricolore in cambio dell’intervento di Eurotower per sostenere i Btp.
A puntare i piedi contro il paracadute della Bce, allora, non era solo il Cavaliere, all’epoca sostenitore della tesi un po’ ardita che l’Italia non fosse in crisi. La resistenza più dura è stata quella della Bundesbank, convinta (con il senno di poi sbagliando) che i soldi spesi per quest’operazione fossero in sostanza buttati via. E a far deflagrare le incomprensioni sono state le dimissioni nel settembre del 2011 di Jurgen Stark, il falco tedesco nel consiglio della banca centrale, contrario all’intervento a favore dei Piigs.
L’Smp in realtà è stato il primo “pronto soccorso” necessario per stabilizzare il malato Europa. Lo spread italiano, per dare un’idea, è sceso nell’estate 2011 dai 413 ai 260 euro grazie quasi solo ai maxiacquisti di Trichet. La tempesta di novembre, poi, con le dimissioni di Berlusconi, Madrid e Roma sull’orlo del baratro
e la Grecia costretta a rinegoziare i suoi debiti, hanno convinto Mario Draghi che contro la crisi serviva un “bazooka” più potente. E il nuovo governatore ha deciso così di rivedere il suo arsenale monetario, mandando in archivio (in realtà solo congelandolo) il piano di riacquisti di titoli di Stato e mettendo a punto cure decisamente più radicali come i mille miliardi di liquidità garantiti a tappe al sistema bancario – la mossa che ha salvato davvero l’euro, sostengono gli esperti – e spingendo per il varo del fondo salva- stati e di quello scudo salva- spread che è ancora lì pronto ad essere attivato. E se da queste elezioni incertissime l’Italia uscisse con un Parlamento a rischio ingovernabilità, è possibile che Roma – sussurrano gli osservatori – possa diventare il primo cliente della Bce anche su questo fronte.

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