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«Italia via dall’euro? Addio investimenti»

La sola speranza — l’ultima, adesso — è una volta di più Giorgio Napolitano: «Ho una grandissima fiducia nel presidente. Lasciamo tutto in mano a lui. È una persona eccezionale, con un’eccezionale capacità di gestire momenti molto complessi». E sul fatto che questo sia uno dei peggiori, per il Paese, nessuno ha alcun dubbio. Sergio Marchionne guarda prima di tutto alla causa: «Ci preoccupa la situazione economica degli italiani, la loro condizione generale». Poi analizza gli effetti: è «il grandissimo disagio, che non si può ignorare o la conseguenza sarà l’instabilità», quello che ha trovato sfogo nelle urne. Con l’unico risultato di produrre ingovernabilità? Sì, certo, e i mercati già mostrano quanto rischiamo di pagarla. E tuttavia, dice da Ginevra l’amministratore delegato Fiat-Chrysler, sarebbe un altro enorme errore limitarsi agli allarmi e dribblare la lezione: «La gente ha votato e l’ha fatto in modo piuttosto chiaro». Piaccia o no l’esito (a lui di sicuro no) è con questo che bisogna fare i conti: «È un movimento che non si può fermare. Gli italiani vogliono un cambiamento, bisogna darglielo». Domanda a questo punto scontata: visto che «disagio», protesta, esasperazione hanno preso la forma della valanga grillina, la risposta che il Paese reale cerca può davvero stare nella «decrescita felice» del guru Cinque Stelle? Indiretto ma chiarissimo, Marchionne: «È molto più difficile ricostruire dopo aver sfasciato, creare un Paese in grado di competere. Fuori dall’Italia non si capisce che cosa sta succedendo».
Si capisce poco anche qui, per la verità. E vie d’uscita se ne vedrebbero persino meno se — ripete in sostanza il numero uno del Lingotto — al Quirinale non avessimo ancora un uomo come Napolitano. «È riuscito a gestire una situazione estremamente difficile nel 2011. Ha difeso con schiena dritta il Paese quando siamo stati attaccati dall’estero. La sua presenza è essenziale, avremo bisogno di lui per gestire la prossima fase». Come, «non chiedetelo a me, non sta a me dire chi deve fare il premier» (e a chi gli domanda se possa essere Matteo Renzi: «È sicuramente una persona molto valida, ma ha bisogno di esperienza»). Ha invece pieno titolo, da leader del nostro primo gruppo industriale, per dire: «La macchina deve ripartire. Da italiano mi interessa che il Paese venga gestito e mi preoccupo della credibilità a livello internazionale». E qui si torna a Beppe Grillo: «Parlare di un referendum sull’euro non aiuta la stabilità». Dunque, nemmeno gli investimenti (anzi). Tant’è che è questo, alla fine, lo spettro peggiore. Marchionne conferma gli impegni Fiat (presenti e futuri: «Su Cassino e Mirafiori stiamo lavorando, l’obiettivo è avere idee chiare entro l’anno»), e assicura che neppure «l’ingovernabilità porterà a un rinvio». Postilla-chiave: «A meno che non ci sia una decisione drastica come l’uscita dall’euro».
Allora sì, sarebbe inutile chiedersi se il Lingotto sarà sempre italiano o tutto verrà gestito dall’America. Per adesso, su quel fronte, nel processo di integrazione con Detroit le tappe sono quelle note: conferma che Torino preferirebbe una fusione immediata a un collocamento della quota detenuta da Veba, che il cash necessario a liquidare il sindacato Usa la Fiat ce l’ha (quindi niente aumenti di capitale), che si sta procedendo alle valutazioni e che, comunque, «se Veba richiederà l’Ipo le carte saranno in regola già nel terzo trimestre».

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