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Italia e Unione europea: la via possibile per il Mes

Al Consiglio europeo del 16-17 luglio, quando saranno prese le decisioni fondamentali per i prossimi sette anni (bilancio della UE) e in particolare per i prossimi due-tre anni (Recovery fund), sarebbe deleterio per l’interesse nazionale, per i cittadini italiani, per l’economia italiana, se il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (qualunque opinione si abbia di lui o del suo governo) dovesse presentarsi dimissionario; oppure, pur nella pienezza formale dei suoi poteri, con autorità dimezzata per il fatto di rappresentare un Paese che, per quanto riguarda la sua posizione in Europa, appare incapace di intendere e di volere.

La prima ipotesi potrebbe verificarsi se, in un eventuale voto parlamentare sul Mes, una parte del Movimento 5 Stelle fosse contraria all’attivazione del Mes, come larga parte delle opposizioni (Lega e Fratelli d’Italia) e dovesse così determinarsi, malgrado l’eventuale voto favorevole di Forza Italia, una prevalenza del No al Mes. Ciò causerebbe una spaccatura all’interno del governo e verosimilmente una crisi.

Ma anche nel caso in cui vincesse il Sì al Mes, con un margine esiguo e dopo un dibattito al calor bianco, tutti gli altri Paesi europei resterebbero sbigottiti. «Ma come — si chiederebbero dalla Merkel in giù — l’Europa decide la più grande operazione di solidarietà della sua storia; la vara, malgrado tante resistenze altrove, soprattutto per i Paesi più colpiti, Italia in primis; e l’Italia da una parte rifiuta di usare fondi già stanziati e senza condizioni, proprio come voleva Roma, dall’altra insiste perché il Recovery fund sia più elevato e perché sia ancora maggiore la quota di esso costituita da sussidi invece che da prestiti! Noi tutti facciamo grandi sforzi per raggiungere l’unanimità, se no questo accordo salta, ma Giuseppe non riesce neanche a mettere d’accordo il suo Parlamento e neppure il partito che l’ha espresso. Forse dovremmo ascoltare di più i nostri colleghi frugali!».

Si comprende che il Presidente Conte cerchi di evitare un voto su una risoluzione, quando si recherà in Parlamento in vista del Consiglio europeo. Ma è la legge che glielo impone. Una legge introdotta nel 2012 proprio per rafforzare il ruolo del Parlamento nell’indirizzare la politica europea del governo e nel contempo rafforzare il capo del governo in sede di negoziato europeo, perché egli possa far valere che il suo Parlamento gli ha legato le mani.

Ebbene, io credo che il Presidente del Consiglio, rispettando la legge e senza schivare un dibattito parlamentare difficile, possa però trasformare questa potenziale forca caudina in una chiamata di tutte le forze politiche ad una prova di responsabilità, in un momento in cui l’Italia deve decidere se perdere non solo importanti risorse finanziarie, ma anche la faccia.

Andrebbe predisposta nei prossimi giorni e poi, dopo le comunicazioni di Conte, presentata e messa ai voti una proposta di risoluzione tale che possa raccogliere il sostegno più ampio delle forze politiche della maggioranza e delle opposizioni. Dovrà fare cenno al Mes, ma senza pregiudicare ancora le posizioni dei diversi partiti sull’attivazione o meno. Ritengo che all’Europa basti sapere da Conte che il suo governo, con un ampio appoggio del Parlamento, non rifiuta pregiudizialmente di attivare anche il Mes, nell’ambito della gamma di strumenti che l’Europa sta varando.

Una volta ottenuto un buon risultato negoziale, senza indebolirsi da sé con tifoserie pro e contro Mes, il Parlamento, su proposta del governo, prenderà le sue decisioni al riguardo tra qualche mese.

A quel punto, il tema Mes avrà probabilmente perduto alcuni dei suoi aspetti totemici e potrà prevalere il pragmatismo. Io ad esempio, se il senatore Salvini permette, vedo in parte come lui questo tema. A lui piace il ricorso al risparmio degli italiani per finanziare la ripresa del Paese. Anche a me piace, infatti in marzo su queste colonne ho proposto l’emissione di Buoni per la Salute Pubblica. Senza chiamarli così, il Tesoro da allora ha emesso grandi quantità di titoli di questo genere. Però, senatore Salvini, dobbiamo riconoscere che possono risultare parecchio costosi, soprattutto se indicizzati all’inflazione o al Pil.

Anche a me, come a Salvini, pare cosa buona e giusta che la Bce compri titoli degli Stati. Nel 2012, quando la Bce esitava a compiere questo passo temendo comprensibilmente le reazioni critiche della Germania, mi sono adoperato con altri governi perché la Merkel togliesse la sua opposizione, liberando così l’azione di Draghi. Ma lei converrà, senatore Salvini, che la Bce non può diventare una “Banca quasi d’Italia”, come lei in certi giorni vorrebbe.

Neanche a me piace, del Mes, la condizionalità macroeconomica e di finanza pubblica esibita in particolare nei confronti della Grecia. Giorgia Meloni, che appoggiava il governo dell’epoca, così come la Lega e il nascente M5S che lo guardavano in cagnesco, ricorderanno che allora abbiamo chiamato le forze politiche e sociali ad una responsabilità condivisa, perché l’Italia «si salvasse da sé» , senza mettersi tra le braccia del Mes e della troika.

Ma è ormai acclarato che la linea di credito del Mes ora creata per far fronte alle conseguenze della pandemia avrà come unica condizionalità che i fondi siano spesi per le finalità dichiarate. E questa condizionalità, meno male che c’è. Alcuni però temono che poi, in corso d’opera o addirittura ad opera compiuta, un Paese che abbia incautamente messo le zampe nel Mes si troverà intrappolato, perché comunque dovrà dimostrare di adempiere alle condizioni stabilite dalla Ue in materia di disavanzo, debito, eccetera. Questo è vero, o almeno lo sarà quando le norme sul patto di stabilità temporaneamente sospese verranno reintrodotte. Ma queste norme derivano non dal periglioso transito nella vorace gola del Mes, bensì dall’appartenenza alla Ue e all’euro. Del resto, il momento e il metodo convenuti in sede Ue per queste verifiche prendono nome di “semestre europeo”. E le risorse non-Mes, quelle per intenderci che verranno dal “buon” Recovery fund, dovranno nel loro utilizzo conformarsi alle priorità concordate tra la Ue e il Paese proprio nell’ambito del semestre europeo.

Il Parlamento dia a Conte un mandato forte, impegnativo; sia poi esigente nel verificarne l’adempimento. Menzioni il Mes in modo laico, senza preclusioni, con riserva di decidere in un momento successivo. Proprio ora che l’Italia — dopo tanti anni, per merito di molti, forse perfino delle ruvide critiche dei sovranisti — ha ottenuto ascolto in Europa, non immiseriamoci in mortificanti diatribe di retroguardia.

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