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Italia-Svizzera, tutte le tappe per il rientro dei capitali

«Siamo un Paese cattolico, tendiamo al perdono». La voluntary disclosure, per chi ha i soldi nascosti in Svizzera, non è a rischio qualora non venisse ratificato dai rispettivi Parlamenti l’accordo per lo scambio di informazioni fiscali firmato lo scorso 23 febbraio, che ha messo fine al segreto bancario. 
A tranquillizzare gli animi ci ha pensato il sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, a Lugano con il segretario di Stato elvetico per gli Affari finanziari internazionali Jacques de Watteville per presentare a una platea di professionisti ed esponenti del mondo bancario ticinese il Protocollo e la Road map politica al centro dell’intesa tra Italia e Svizzera, giudicata «win win» da entrambi i Paesi. «Per la voluntary disclosure il presupposto è che i governi abbiano firmato l’accordo, quello è l’atto costitutivo del dimezzamento della pena» ha spiegato Ceriani. Uno degli aspetti fondamentali dell’intesa, ai fini della procedura volontaria di regolarizzazione dei capitali detenuti in Svizzera di nascosto dal Fisco, è l’uscita di fatto della Confederazione dalla “black list” dei Paesi considerati dall’Italia non collaborativi sul piano fiscale. L’effetto è che il contribuente non subirà il raddoppio delle sanzioni e del periodo di accertamento (insomma, gli costerà meno mettersi in regola). La mancata ratifica è però un’ipotesi molto lontana a detta di entrambi i rappresentanti dei due Stati, tanto più che lo scambio obbligatorio di informazioni scatterà comunque dal 2018 perché la Svizzera ha aderito al programma dell’Ocse, che ieri ha riconosciuto i progressi in termini di trasparenza compiuti da Berna.
Ceriani ha spiegato che negli ultimi anni il clima internazionale è cambiato e l’accordo con la Svizzera risente di questa trasformazione: «Era chiaro che fosse necessario sistemare il passato e arrivare a un regime di trasparenza senza fare distruzioni e recare danni eccessivi ai contribuenti e alle istituzioni». In Ticino la preoccupazione è alta e il tema dell’accordo – la road map include la discussione sul trattamento fiscale dei transfrontalieri, la questione di Campione d’Italia e l’ingresso delle banche elvetiche nel mercato italiano – è anche al centro del dibattito politico in vista delle prossime elezioni cantonali del 19 aprile. C’è timore per le possibili conseguenze (da leggere come punibilità penale) che potrebbero derivare per gli intermediari finanziari ticinesi. «L’Italia non è gli Stati Uniti – ha spiegato Ceriani –. Ha un altro approccio e un altro diritto penale. Non si può scrivere in una legge nazionale che c’è un condono per i reati penali se non come scritto nella voluntary disclosure. Il livello di depenalizzazione raggiunto in quella norma non c’è mai stato prima: sono state depenalizzate la frode fiscale e la fatturazione fittizia, a vantaggio di chi ha commesso il reato e il suo correo per avere aiutato a portare a termine il disegno criminale evasivo. Dal punto si vista italiano di più non si poteva fare anche perché ci potrebbero essere reati non fiscali come il riciclaggio e in questo caso il correo non può essere chiamato fuori». Sull’antiriciclaggio Ceriani ha spiegato che «non c’è obbligo di segnalazione per il professionista fino a quando il contribuente non gli ha dato mandato a istruire la voluntary disclosure».
Altro tema caldo a Lugano è quello della tassazione dei lavoratori transfrontalieri. Ceriani non ha fatto sconti: «L’Italia si sta riprendendo la sovranità fiscale che ci era stata scippata cinquanta anni fa».

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