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Italia stretta tra Iva e Ilva

La Commissione Ue ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per non aver garantito che l’Ilva di Taranto rispetti le norme ambientali europee in materia di inquinamento industriale. Bruxelles ha inoltre formalizzato la decisione, già annunciata nei giorni scorsi (si veda ItaliaOggi del 24/9/2013), di avviare un’altra procedura d’infrazione contro l’Italia per i ritardi della pubblica amministrazione nel rimborso dell’Iva alle imprese.

Per quanto concerne il primo procedimento, l’invio della lettera di messa in mora da Bruxelles, prima fase della procedura di infrazione, si basa sui risultati di un’indagine partita nel marzo 2012.

L’Esecutivo comunitario ha accertato che Roma ha violato la direttiva sulla «prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento» (o IPCC, 2008/1/Ce) da attività industriale e anche la 2004/35/Ce sulla responsabilità ambientale, incentrata sul principio del «chi inquina paga». «Le prove di laboratorio», si legge in una nota della Commissione, «evidenziano un forte inquinamento dell’aria, del suolo, delle acque di superficie e delle falde acquifere, sia sul sito dell’Ilva, sia nelle zone abitate adiacenti alla città di Taranto», con l’inquinamento del quartiere Tamburi che «è riconducibile alle attività dell’acciaieria». Ieri mattina il commissario Ue all’ambiente Janez Potocnik ha incontrato a New York il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. «Siamo consapevoli che la situazione dell’Ilva è molto complessa», ha detto Potocnik ai giornalisti, «il ministro mi ha spiegato nel dettaglio e ha mostrato tutta la sua determinazione ad affrontare la situazione. Ci sono già stati passi nella giusta direzione, come Commissione europea siamo pronti a fornire supporto al governo italiano per venire a capo di questa situazione».

La lettera di messa in mora sull’Iva, invece, è stata preparata dai servizi del commissario Ue alla fiscalità, Algirdas Semeta. La legge italiana violerebbe diverse disposizioni della direttiva 2006/112/Ce e non osserverebbe il principio della cosiddetta «neutralità fiscale». Secondo la Commissione il problema non sarebbero solo i tempi troppo lunghi per i rimborsi da parte della pubblica amministrazione alle imprese, ma anche le «scorciatoie» che il sistema permette per ottenere rimborsi entro tre mesi. Tra le condizioni per poter accedere a questo trattamento c’è infatti l’apertura dell’attività da almeno cinque anni, e questa per la Commissione è una «discriminazione» nei confronti delle start-up.

Più avanzate sono le procedure di infrazione, con la richiesta del «parere motivato» all’Italia, sul cielo unico europeo, sulla violazione della direttiva rinnovabili e su quella relativa alle emissioni industriali. Roma rischia il deferimento alla Corte di giustizia europea per i ritardi accumulati nell’attuazione del regolamento 550/2004/Ce, per creare uno spazio aereo europeo, composto di nove «blocchi funzionali» al posto degli attuali 27 blocchi nazionali. La Commissione europea, su proposta del commissario Ue per i trasporti, Siim Kallas, ha inviato a Roma un parere motivato per avere, entro due mesi, chiarimenti sui motivi dei ritardi accumulati e sulle misure prese per rimediarvi. Anche Cipro e la Grecia hanno ricevuto lo stesso tipo di «invito», atteso nelle prossime settimane anche nella quasi totalità delle capitali europee. Il ritardo nell’attuazione del sogno del cielo unico è infatti fenomeno piuttosto generalizzato.

L’Italia, insieme alla Spagna, è inoltre richiamata da Bruxelles a fornire urgentemente informazioni complete circa la piena trasposizione della direttiva rinnovabili (2009/28/Ce). Nella stessa situazione ci sono altri 17 Stati. La Commissione ha inviato un altro parere motivato a Italia, Cipro, Slovenia e Romania per avere informazioni più dettagliate su come è stata recepita la direttiva sulle emissioni industriali (2010/75/Ue). L’entrata in vigore delle norme era prevista per il 7 gennaio scorso, gli Stati in questione non l’hanno rispettata e hanno già ricevuto una lettera di messa in mora il 21 marzo scorso. Se le spiegazioni richieste non arriveranno entro due mesi scatterebbe il deferimento alla Corte di giustizia.

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