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«In Italia serve un terzo polo bancario Prima vendere i crediti semideteriorati»

Il divario patrimoniale, reddituale e di valutazione di Borsa tra le grandi banche americane e le banche europee continua ad allargarsi a favore degli Usa. In parte anche a causa della iper-pressione regolatoria in Europa finalizzata a rafforzare il capitale delle banche dopo la grande crisi finanziaria. «Il rischio da evitare è che la “cura rinforzante” possa generare effetti collaterali più pericolosi della malattia che si voleva curare». E’ questo uno degli aspetti più rilevanti del rapporto della società di consulenza Bain che mette a confronto banche Usa ed europee. E in Italia? «L’Italia necessita quanto prima di una fase di consolidamento volto a creare un terzo player grande e solido. Per realizzarlo però – spiega Luca Penna, partner di Bain ed estensore del rapporto insieme a Yuri Scarrà – serve prima un ultimo passo nella riduzione dello stock di crediti deteriorati, dove esistono ampi spazi di manovra sugli Utp».

Alla vigilia dei conti semestrali di metà 2018 delle banche italiane ed europee, è interessante la fotografia che emerge dal rapporto Bain sul settore bancario a livello globale. A partire dalle valutazioni di Borsa. Secondo il report di Bain, «la quasi totalità delle banche europee quota a sconto rispetto al “tangible book value” (tbv) con un range che oscilla tra 0,3 e 1». Distanze abissali rispetto alle maggiori G-Sib (banche sistemiche) americane che quotano tutte sopra la pari con un range che oscilla tra 1 e 2,6 il Tbv. «La spiegazione del maggior multiplo di mercato delle banche americane rispetto alle europee è legata alla maggiore redditività attesa, – spiegano da Bain – in Europa il Roe medio previsto al 2021 è del 7,7% contro l’11% delle banche statunitensi e canadesi». Un divario reddituale che ha serie ripercussioni sull’attrattività nei confronti degli investitori globali. «Se si confronta il Roe atteso con il costo del capitale – spiega Scarrà, illustrando il rapporto – emerge che tutte le banche europee a eccezione di Ubs mostrano un gap negativo, ovvero con un costo del capitale superiore al Roe, mentre la situazione è opposta negli Usa dove solamente due banche – Citi e Goldman – hanno una redditività inferiore al costo del capitale». E’ evidente lo svantaggio competitivo per l’Europa che è penalizzata da un «continuo inasprimento e stratificazione delle regole» mentre negli Usa, dopo gli anni post-crisi, si va nella direzione di un allentamento. Il divario non pare destinato a ridursi rapidamente. Anzi. «Nel corso dei prossimi 3-4 anni, e in particolare a partire dal 2021, si manifesteranno gli impatti delle recenti novità e modifiche normative, con riferimento alla nuova Basilea3, al calendar provisioning, alla revisione dei modelli interni, alla revisione degli strumenti per la gestione e la risoluzione delle crisi. Per ciascuna di tali misure, considerate singolarmente, è chiaro il razionale e l’obiettivo dei regolatori – spiegano gli esperti di Bain – ma considerate nel loro insieme tali misure comporteranno una riduzione dei buffer di capitale e un contestuale aumento del costo del funding». Scenario che si inserisce in un contesto economico di tassi a zero e di competizione con nuovi operatori (fintech) che si stanno avvicinando ai segmenti più profittevoli. Per le grandi banche europee lo scenario è quasi da tempesta perfetta. Rimedi? «Secondo una teoria, la soluzione sarebbe nelle grandi fusioni a livello europeo. Nella pratica sappiamo che tali operazioni, anche assumendo che siano dimostrabili concrete sinergie spesso non facili da identificare, si scontrano con fattori di difesa del campanile o altri elementi più politici che di natura economico-finanziaria». E in Italia? «Le prime 11 banche italiane sono ampiamente sopra i requisiti minimi di capitale e dispongono di un buffer in eccesso di circa 32 miliardi, di cui circa 20 miliardi in capo a Intesa Sanpaolo e UniCredit». Nel corso del 2018 tuttavia il Cet1 ratio medio si è ridotto dal 13,3% al 12,7% poichè la contrazione di circa lo 0,8% del Cet1 (circa 8 miliardi di capitale regolamentare), dovuta all’aumento dei dividendi distribuiti e all’impatto sulle riserve dello spread sui titoli di Stato, è stata solo in parte compensata (+0,2% di Cet1 ratio) dai 19 miliardi di riduzione degli attivi pronderati per il rischio (Rwa). Escludendo le due grandi banche Intesa e UniCredit, per il resto del sistema emerge la necessità di una nuova fase di consolidamento basata su tre razionali strategici: «sinergie di costo, integrazione di fabbriche prodotto a partire dall’asset management, massa critica per abilitare gli investimenti digitali». In particolare, secondo Bain, «l’Italia necessita quanto prima di una fase di consolidamento volto a creare un terzo player grande e solido». Il report ovviamente non cita singole banche, ma è evidente che il riassetto dovrà coinvolgere Mps e le tre maggiori ex popolari del Nord: Ubi, BancoBpm, Bper. Perchè il processo si realizzi e dia vita a un player «solido» oltre che grande, serve «un ultimo passo nella riduzione delle esposizioni deteriorate. Molto è stato già fatto sulle sofferenze, ma esistono ancora ampi spazi di mavovra sugli Utp».

Industrialmente, anche tenendo conto delle dinamiche regolamentari, c’è bisogno di un «evoluzione dei modelli di fare credito puntando su partnership con “alternative lenders” e originate-to-distribute per tendere a strutture patrimoniali di tipo capital-light». Sempre a causa della nuova regulation sul capitale, la crescita dovrà inoltre essere concentrata sui prodotti fee-based e a minore assorbimento patrimoniale. «Il mercato sembra premiare i gruppi bancari che hanno mantenuto al loro interno le fabbriche di prodotto di risparmio gestito – spiega Penna – ci aspettiamo una forte spinta commerciale su tali prodotti e crediamo che il consolidamento bancario implicherà inesorabilmente un processo di concentrazione degli operatori del risparmio gestito».

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