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Italia sempre meno competitiva

di Alessandro Merli

L'Italia scivola ancora nella classifica della Banca mondiale sulla facilità, o sarebbe meglio dire nel nostro caso la difficoltà, di fare impresa. È all'87esimo posto, su 183 Paesi, nettamente distanziata non solo dagli altri Paesi del G-7, ma anche dalle economie industrializzate dell'Ocse.

Nel momento in cui si discute del decreto sviluppo e il Governo denuncia l'assenza di risorse a causa dello stato dei conti pubblici («Non ci sono soldi» per le riforme, ha detto semplicemente il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi), lo studio realizzato annualmente dall'International Finance Corporation, il braccio della Banca mondiale che si occupa del settore privato, offre una sorta di sommario pronto all'uso degli interventi di semplificazione e deregolamentazione che si potrebbero realizzare in molti casi a costo zero.

Il fatto che in questo genere di classifiche il nostro Paese sia appena dietro Zambia e Mongolia suona come una curiosità, se non fose che i dettagli rivelano che la graduatoria dell'Italia è peggiorata in tutte le categorie esaminate: in altre parole, svolgere un'attività di impresa è diventato ancor più difficile di quanto già non fosse a causa dell'ambiente regolatorio e burocratico.

Il ritardo più macroscopico resta quello dei tempi e dei costi della giustizia civile, il che può apparire strano in un Paese dove il dibattito sulla giustizia, seppure su altri fronti, riempie le pagine dei giornali da anni. Ma nel far rispettare i contratti per via giudiziale siamo al 158esimo posto nel mondo e richiede la bellezza di 41 procedure, e addirittura 1.210 giorni, quasi 3 anni e mezzo, e costa in media il 30% dell'importo non pagato.

Il pagamento delle tasse è un altro punto dolente: l'Italia è al 134esimo posto. Sono richieste 15 operazioni all'anno e 285 ore, e l'aliquota totale effettiva è al 68,5% dei profitti. Nei Paesi "virtuosi" il numero dei pagamenti è in cifra singola e il numero di ore necessarie per tutti gli adempimenti fiscali è, per esempio, di 72 in Irlanda, un Paese spesso citato ad esempio per la sua capacità di attrarre investimenti esteri. Non è insomma solo un problema di quante tasse si pagano, ma di quanto è dispendioso anche in termini di tempo.

C'è un solo punto su cui l'Italia ha registrato un progresso nell'ultimo anno ed è sulla soluzione delle insolvenze, dove ci piazziamo al 30esimo posto. Lo studio dell'Ifc segnala le modifiche approvate nel 2010 alla disciplina del 2005 sulla ristrutturazione dei debiti. «L'Italia – afferma una tabella dedicata alle riforme in quest'area – ha introdotto misure per incoraggiare l'uso di accordi di ristrutturazione del debito». Il riferimento è alla possibilità, prevista dal decreto legge 78/2010, di anticipare il momento in cui scatta il divieto di iniziare o proseguire da parte dei creditori azioni cautelari o esecutive. Si tratta però appunto dell'unica azione di riforma intrapresa dal nostro Paese, nelle categorie previste dallo studio dell'Ifc, per migliorare la possibilità di fare impresa. Il rapporto prende in esame le misure adottate dai Paesi fra il giugno 2010 e il maggio 2011.

Per il resto, in Italia è complicato e costoso avviare un'attività imprenditoriale, ancor peggio ottenere permessi di costruzione ed è difficile persino (siamo al 109esimo posto) allacciarsi all'elettricità. Siamo nella seconda metà della classifica o giù di lì anche per quanto riguarda altri indicatori, come la registrazione degli immobili e l'accesso al credito. Le cose vanno solo leggermente meglio per quanto riguarda la protezione degli investitori e adempimenti e costi per il commercio internazionale.

I miglioramenti più evidenti, e il maggior numero di riforme adottate, sono stati rilevati naturalmente nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, ma anche un Paese come la Corea, già ampiamente sviluppato, ha fatto progressi, entrando per la prima volta nella Top 10, dal 15esimo posto dello scorso anno. La seguono Islanda e Irlanda, due Paesi dove senza dubbio la crisi ha ispirato i Governi ad accelerare le riforme strutturali.

In testa, ci sono i soliti noti, Paesi dove la vita per le imprese è più facile, almeno dal punto di vista della burocrazia, delle regole e del fisco: Singapore e Hong Kong, seguiti da Nuova Zelanda, Stati Uniti, Danimarca, Norvegia e Regno Unito.
 

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