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Italia prima per lentezza

Italiani primi in lunghezza delle cause civili tra i paesi dell’area Ocse. La cooperazione economica e finanziaria internazionale ci mette di fronte alle nostre responsabilità: 564 giorni per definire un processo civile in primo grado per un tempo totale fino al grado definitivo di giudizio di 2.866 giorni, quasi otto anni complessivi, il quadruplo della media dei paesi dell’Area Ocse.

E uno dei maggiori livelli di litigiosità con 4 procedimenti in media ogni 1.000 abitanti . Se è vero, poi, come sostiene l’ultimo rapporto Ocse sulla Giustizia civile in collaborazione con Bankitalia e finanziato dalla Presidenza del consiglio, che la produttività dei giudici è più elevata nei paesi con maggiori investimenti in informatizzazione, allora, stante il nostro basso tasso di diffusione del pct, siamo per lo più improduttivi. Alla domanda Cosa rende la giustizia civile efficiente?, What makes civil justice effective?, sintesi divulgativa del rapporto Judicials performances and its determinants: a cross-country perspective, l’Ocse con cinque topics, ha dato le sue risposte: l’abbattimento della durata dei procedimenti, la parte del bilancio per la giustizia destinata all’informatizzazione associata alla disponibilità di maggiori poteri e responsabilità di organizzazione delle risorse umane e finanziarie assegnate in capo ai magistrati responsabili degli uffici. A seguire, il potenziamento dell’informatizzazione degli uffici giudiziari, le politiche volte a ridurre il tasso di litigiosità e la riduzione del tasso di appello, magari subordinandolo a un giudizio di ammissibilità da parte del giudice. Ne parla a ItaliaOggi Giuliana Palumbo, Funzionario del Servizio Studi di Struttura economica e finanziaria della Banca d’Italia che, con la supervisione di Giuseppe Nicoletti, capo della Structural Policy Analysis Division dell’Ocse, ha fatto parte di un team di collaborazione al rapporto lavorando al progetto per alcuni mesi all’Ocse.

Domanda.In Italia la durata massima di un procedimento civile è di circa 600 giorni a fronte di una media dell’area di circa 240 giorni. Su cosa dobbiamo lavorare secondo lo studio Ocse?

Risposta. «Il dato si riferisce solo al primo grado. Le differenze con gli altri paesi si accentuano nei successivi gradi di giudizio. Bisogna ridurre la domanda di giustizia, ovvero il ricorso ai tribunali – l’Italia si caratterizza nel confronto internazionale per un’elevata litigiosità – ma anche migliorare l’efficienza nell’impiego delle risorse, mi riferisco alla loro produttività. Dal lato della domanda, bisogna intervenire sugli incentivi dei professionisti con una regolamentazione della professione che non incoraggi il ricorso pretestuoso alla giustizia. Tuttavia il rapporto evidenzia come fattori «esterni» al sistema giudiziario siano ugualmente importanti: «Miglioramenti nella qualità dell’azione pubblica e della regolazione e una minore diffusione della corruzione si associano a riduzioni significative dei tassi di litigiosità». In Italia, la Pubblica Amministrazione è un utente importante della giustizia: in parte è una conseguenza di inefficienze. Dal lato dell’offerta, il rapporto individua, tra l’altro: la specializzazione dei giudici per materia, l’introduzione di figure di supporto al giudice. La specializzazione richiede dimensioni medie delle corti elevate: per implementarla è necessario attuare la riforma della geografia giudiziaria».

D. Cosa dovrebbe fare l’Italia per accrescere il grado di informatizzazione giudiziaria?

R. «Dovrebbe dotarsi di un sistema adeguato di produzione di informazioni: statistiche articolate e dettagliate sui flussi in entrata e in uscita da parte degli uffici e successiva centralizzazione dell’informazione; dovrebbe adottare tecniche di gestione dei flussi svolgendo una sistematica attività di supervisione dei flussi e di identificazione e gestione dei casi più complessi e problematici. Il rapporto evidenzia che la redditività degli investimenti in informatizzazione è maggiore se le competenze informatiche nella popolazione sono maggiori».

D. Visto che avete rilevato che la variabilità dei tassi d’appello nei paesi area Ocse sono solo in parte attibuibili alla presenza di filtri, a cosa dunque va imputata la variabilità e cosa può fare l’Italia a riguardo?

R. «Il nostro risultato non va interpretato come un no all’introduzione di filtri all’accesso, soprattutto quelli basati su «leave to appeal». Nei paesi che adottano questo sistema, i tassi di appello sono significativamente più bassi. Ma possono contribuire misure, anche organizzative (specializzazione dei giudici per materia, coordinamento all’interno degli uffici), tese a garantire una maggiore uniformità degli orientamenti giurisprudenziali da parte dei giudici».

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