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Italia povera di multinazionali Ma c’è lo scatto di Eni ed Enel

Le multinazionali italiane restano fanalino di coda in Europa ma non manca chi guadagna posizioni ai vertici mondiali: Enel entra per la prima volta fra i tre giganti del mondo nelle utility; Eni aumenta le quote di mercato globali e, grazie anche alla cessione di Snam, scala le classifiche europee per solidità finanziaria e liquidità. L’analisi è riportata nel diciottesimo rapporto «Multinazionali industriali» di R&S Mediobanca, che prende in considerazione 387 superbig che fatturano complessivamente 12.206 miliardi e danno lavoro a quasi 32 milioni di persone. Un esercito di giganti che vede l’avanzata di quelli asiatici e latinoamericani che conquistano spazi di mercato, mentre all’Occidente resta il primato della redditività.

Secondo il rapporto c’è una certa stabilità nelle prime posizioni della classifica delle multinazionali per totale attivo. Viene perciò sottolineato che il balzo con il quale Gazprom, il colosso energetico russo, diventa il numero uno mondiale sorpassando Toyota (in testa dal 2005), è sostanzialmente «fittizio» visto che è dovuto al «gioco dei cambi»: nel 2012 il rublo si è apprezzato nei confronti dell’euro mentre lo yen ha perso terreno. L’Eni, la prima multinazionale italiana, è dodicesima come nel 2011 ed Exor guadagna una posizione diventando il ventesimo big. Per «trovare» un’altra italiana bisogna scendere parecchio e arrivare al posto numero 110 con Finmeccanica.

Notevoli differenze presenta la classifica dei 10 superbig per valore di Borsa: così prima al mondo per capitalizzazione è Apple con 378,8 miliardi di euro (a fine 2012), che sorpassa ExxonMobil (295,3 miliardi) ed è invece quattordicesima per totale attivo. Inoltre le «stelle» americane sono tre nelle prime dieci per attivo e sette per capitalizzazione.

Guardando più in profondità al perimetro italiano, il rapporto conferma che le nostre multinazionali sono piccole: il loro contributo al fatturato aggregato europeo è pari al 7%, contro il 26% della Gran Bretagna, il 21% della Germania e il 15% della Francia. L’incidenza sul Pil italiano è pari al 10%, cioè la minore d’Europa ed equivalente a quella delle medie imprese. Un’altra particolarità confermata dal rapporto è relativa agli assetti proprietari delle nostre multinazionali industriali: il 49% dell’attivo fa capo a imprese pubbliche e un altro 49% è a controllo familiare: le medie europee sono pari rispettivamente al 12 e 22%. Solo Prysmian viene qualificata come public company e vale il 2% dell’attivo, contro una media europea del 65%. Inoltre le nostre multinazionali creano lavoro più all’estero che in Italia mentre le europee non assumono proprio più nei propri paesi d’origine. Il livello tecnologico registra un leggero miglioramento ma il divario con Germania e Francia su redditività, solidità, produttività (che per i big italiani restano lontane dai livelli pre-crisi) permane oggi non recuperabile.

Fra le top ten del mondo, otto su 10 appartengono al settore energetico mentre nel 1989 erano solo tre. Anche per questa ragione il rapporto R&S-Mediobanca dedica un focus ai giganti del petrolio. I ricavi del settore, viene sottolineato, hanno progressivamente eroso negli ultimi anni quote di mercato alla manifattura (hanno resistito solo elettronica e farmaceutica), di conseguenza è aumentato il potere dei governi che controllano il 70% del fatturato petrolifero mondiale. La più grande è la Royal Dutch Shell, una delle storiche «sette sorelle», seguita da Petrochina. Il gruppo Eni si colloca al quarto posto, ha guadagnato quote di mercato in Europa, passando in dieci anni dall’8,2% al 10,6%, è più redditizio della media Ue, ha una maggiore autonomia sulle risorse petrolifere e, rispetto ai suoi principali concorrenti europei, è secondo per solidità finanziaria e sesto per liquidità, classifiche nelle quali sale di quattro posizioni grazie alla cessione di Snam nell’ottobre 2012.

Infine, le tendenze per il 2013: in ripresa ricavi e margini del Giappone, in frenata Nord America ed Europa, così come l’Italia. Tengono l’alimentare, il cartario e il chimico-farmaceutico, l’energetico arretra un po’ con i prezzi del greggio, scesi del 4,7%.

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