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Italia poco competitiva, Padoan non ci sta

L’Italia migliora di un gradino nella classifica dei paesi più competitivi al mondo stilata dal World Economic Forum. E segna il suo punteggio migliore di sempre, passando dal 44esimo al 43esimo posto su 137. Ma certo la collocazione in lista, non proprio brillante, piace poco al ministero dell’Economia. Come già accaduto per indici similari, anche il Global Competitiveness Index viene dunque passato al setaccio. Fino a concludere che sia frutto di opinioni più che di fatti.
Com’è possibile che l’Italia finisca al gradino numero 43, dietro Malesia, Repubblica Ceca, Thailandia, Cile e Indonesia? I fatti – è la tesi – dicono che l’Italia è ottava nel mondo per Pil, nona per export, tredicesima per investimenti fissi lordi. Meglio di tutti i paesi che oggi ci sono davanti. Eppure viene penalizzata. Perché? Problemi metodologici. Il peso dei dati osservati, secondo gli esperti del ministero dell’Economia, è di molto inferiore a quello attribuito ai pareri: 40 a 60. E i sondaggi sono profondamente influenzati, secondo questa spiegazione, anche da aspetti culturali nazionali. Tra cui l’italica tendenza a parlare sempre un po’ male del proprio Paese (certificata da CountryRepTrack 2017 del Reputation Institute).
Si fa notare che su mille questionari inviati ogni anno per stilare poi il Global Competitiveness Index la percentuale di risposte oscilla dall’8 al 10% (calcolo effettuato dal rapporto Ambrosetti): un centinaio di soggetti determina il posizionamento dell’Italia nel mondo, quanto a competitività. Un questionario – per inciso – fatto da 180 domande. Va anche detto che il campionamento delle imprese incluse nel sondaggio è commissionato all’università Bocconi, con criteri che si presuppone solidi. Agli intervistati viene chiesto di dare una valutazione su una scala da 1 a 7. Il risultato è l’Italia 32esima per le capacità innovative, 25esima per il carattere sofisticato delle sue imprese, 60esima per il funzionamento del mercato dei beni (7 posti in più del 2016), 95esima per le istituzioni (ma avanti di 8 posizioni). Difficile contestare, come si legge nel Report, che l’Italia abbia una delle legislazioni più farraginose al mondo.
Brucia certo, per il governo, constatare la scarsa incidenza, ai fini della classifica, dell’ultima tornata di riforme. Arranchiamo nel mercato del lavoro (116esimo posto) e in quello finanziario (scesi di 4 posti, al 136esimo). In questi due settori l’Italia si trova al di sotto di tutti i maggiori partner commerciali europei. Ma secondo i tecnici dell’Economia, per tre dei quattro pilastri sui quali abbiamo i risultati peggiori l’incidenza dei sondaggi è molto significativa.

Valentina Conte

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