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Italia, Pmi indietro su Esg Investimenti esteri a rischio

La sostenibilità per le imprese non è più solo un impegno morale. O un mezzo per lottare contro il riscaldamento globale. Con la graduale entrata in vigore del regolamento europeo SFDR (già attivo in alcune parti dal 10 marzo scorso), per le aziende quotate la sostenibilità sarà vitale anche per attirare investitori e capitali. Purtroppo in Italia se le grandi imprese sono già molto avanti in questo campo, quelle di piccola e media capitalizzazione sono indietro. E il tempo stringe. A spronare le Pmi quotate è uno studio di Intermonte sul tema: «L’incapacità di fornire dati armonizzati e standardizzati agli investitori potrebbe rappresentare un grave svantaggio per le aziende, mettendo potenzialmente a repentaglio la loro considerazione nelle decisioni di investimento. Il rischio è che vengano sottopesate nei portafogli». Insomma: chi non si adegua rischia di restare fuori dal radar del mercato. E adeguarsi non vuol dire solo essere sostenibili, ma anche comunicarlo in maniera corretta e standardizzata.

La sfida per le imprese

Dal 10 marzo è entrato in vigore il Regolamento SFDR, cioè la normativa che stabilisce regole armonizzate nel Vecchio continente sulla rendicontazione dei cosiddetti «rischi di sostenibilità» nei portafogli dei gestori. La normativa riguarda gli investitori, ma indirettamente anche le imprese: saranno infatti loro a dover fornire al mercato – in modo standardizzato – le informazioni necessarie. A partire dal primo gennaio 2022 la sfida si farà davvero dura: da quella data i gestori dovranno infatti prepararsi a valutare il «rischio sostenibilità» dei propri portafogli in base a vari parametri (dovrebbero essere 14 più altri facoltativi riguardanti i cambiamenti climatici, il rispetto dei diritti dei lavoratori e così via) per ogni singolo titolo che possiedono.

«Fino ad oggi non c’era un set di dati standardizzati da comunicare al mercato ma c’era una certa soggettività – spiega Micaela Ferruta, Responsabile Corporate Broking di Intermonte Sim -. La novità ora è che sono in via di approvazione vari parametri uguali per tutti. E questo è un passo notevole da compiere». Insomma: se fino ad oggi le aziende potevano comunicare le loro politiche di sostenibilità come meglio credevano, dal 2022 (quindi a partire dalle rendicontazioni pubblicate nel 2023) dovranno dare dati precisi. Molto precisi: alla fine ogni gestore dovrà per esempio calcolare quanta CO2 producono le aziende che ha in portafoglio rispetto ai benchmark.

Il ritardo delle Pmi

E qui iniziano le difficoltà. Uno studio realizzato qualche mese fa da Intermonte con il Politecnico di Milano evidenziava il forte ritardo delle aziende più piccole quotate alla Borsa di Milano. Lo studio aveva analizzato solo 21 aziende di piccola e media capitalizzazione ritenute già tra le più virtuose su questi temi, ma – pur guardando alle migliori – aveva evidenziato molte criticità. Se il campione ha divulgato in media il 73,8% delle informazioni considerate rilevanti in tema di sostenibilità (dato di tutto rispetto), solo il 38,1% ha legato le proprie politiche di incentivazione e remunerazione alle variabili Esg e solo un terzo dispone di un Csr Manager preposto per la supervisione e l’implementazione dei piani di sostenibilità.

«Le grandi imprese in Italia sono molto avanti su questo tema, ma le più piccole sono indietro – commenta Ferruta -. Le società ne sono consapevoli e si stanno attrezzando, perché i flussi del mercato si sposteranno sui più virtuosi. Ma la strada per le nostre Pmi è lunga». Le società non dovranno solo comunicare dati precisi relativi ai 14 parametri, ma dovranno fare di più. «Oltre a elaborare i dati in maniera standardizzata, le imprese dovrebbero renderli disponibili a tutti i gestori del mondo attraverso le banche dati che loro utilizzano», conclude Ferruta. La strada è lunga. Ma diciamolo: ne vale la pena.

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