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Italia ko sul recupero dell’Iva

Italia bocciata per la lentezza del recupero dell’Iva sui crediti insoddisfatti: la norma nazionale, che subordina il diritto di rettificare l’imposta anticipata all’erario all’infruttuosità della procedura concorsuale che può durare anche dieci anni, non è in linea con la direttiva Iva. Lo ha dichiarato la corte di giustizia Ue nella sentenza pronunciata 23/11/2017, causa C-246/16, rispondendo alla Ctp Siracusa. Pare ore inevitabile un intervento del legislatore, che potrebbe recuperare la modifica apportata dalla legge 208/2015, che prevedeva, a decorrere dal 2017, la rettifica all’atto dell’apertura della procedura, mai entrata in vigore poiché revocata dalla legge 232/2016.

Il quadro normativo e la questione. La normativa armonizzata (all’epoca dei fatti, art. 11 della sesta direttiva, ora art. 90 della direttiva 2006/112/CE) stabilisce che, in caso di annullamento, recesso, risoluzione, non pagamento totale o parziale o di riduzione di prezzo dopo che l’operazione è stata effettuata, la base imponibile è debitamente ridotta alle condizioni stabilite dagli stati membri; tuttavia, essi possono derogare nel caso di mancato pagamento, totale o parziale. L’Italia si è avvalsa di questa deroga. In via di principio, infatti, la legge nazionale non consente la riduzione della base imponibile, attraverso il meccanismo della nota di variazione in diminuzione ex art. 26, dpr 633/72, nell’ipotesi di mancato incasso del corrispettivo, salvo che il credito del fornitore rimanga insoddisfatto all’esito di procedure concorsuali o di procedure esecutive. Premesso che la disposizione dell’art. 26 è interpretata nel senso che, affinché possa darsi luogo alla riduzione della base imponibile in caso di mancato pagamento, il creditore deve fornire prova dell’infruttuosità della procedura concorsuale, possibile solo al termine della procedura, la Corte è stata sollecitata a chiarire se la normativa unionale consenta allo stato membro di subordinare la riduzione della base imponibile dell’imposta, in caso di non pagamento totale o parziale, all’infruttuosità di una procedura concorsuale, qualora una simile procedura possa durare più di dieci anni

La risposta della Corte. La Corte ricorda che la base imponibile Iva è costituita dal corrispettivo versato o da versare al fornitore da parte del cliente o di un terzo. Ciò in linea con un principio fondamentale della direttiva, secondo cui la base imponibile è costituita, appunto, dal corrispettivo «realmente ricevuto», da cui discende che il fisco non può riscuotere un importo di imposta superiore a quello percepito dal soggetto passivo che applica il tributo per conto dell’erario Di conseguenza, la direttiva impone agli stati membri di ridurre la base imponibile in caso di annullamento, recesso, risoluzione, non pagamento totale o parziale e riduzione di prezzo, consentendo però loro di derogare alla regola in caso di non pagamento totale o parziale. Tale facoltà di deroga si spiega con il fatto che, in determinate circostanze e in considerazione della normativa nazionale, il mancato pagamento del corrispettivo può essere difficile da accertare, oppure essere provvisorio. Diversamente da quanto sostenuto dal governo italiano, però, la facoltà di derogare all’obbligo della riduzione della base imponibile in caso di mancato pagamento, non autorizza gli stati membri ad escludere del tutto tale riduzione. Trattandosi di una eccezione, essa va interpretata restrittivamente, tenendo conto della ratio su cui si fonda, sicché l’esclusione della riduzione della base imponibile non può ammettersi al di là delle situazioni di incertezza sulla definitività del mancato pagamento. La normativa italiana considera in sostanza che questa incertezza permanga fino a quando il credito non sia definitivamente irrecuperabile; tuttavia, lo stesso scopo potrebbe essere raggiunto consentendo la riduzione allorché vi sia una probabilità ragionevole che il debito rimanga insoluto, anche a rischio di un successivo aumento della base imponibile qualora poi il pagamento avvenga. Spetterebbe quindi alle autorità nazionali stabilire, nel rispetto del principio di proporzionalità, quali siano le prove di una probabile persistenza del mancato pagamento che il soggetto passivo deve fornire per ridurre la base imponibile. Si raggiungerebbe così ugualmente l’obiettivo della norma, ma in modo meno gravoso per il soggetto passivo, «il quale assicura l’anticipo dell’Iva riscuotendola per conto dello stato». Ciò vale tanto più con riguardo ad una norma nazionale come quella italiana, che consente di acquisire la certezza della definitiva irrecuperabilità del credito in pratica, solo dopo una decina di anni, termine che è, in ogni caso, tale da far sopportare agli imprenditori uno svantaggio in termini di liquidità rispetto ai loro concorrenti di altri stati membri.

Franco Ricca

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