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«Italia in recessione, il Pil giù dell’1,6%»

di Roberto Bagnoli

ROMA — La Confindustria vede nero. Entro giugno del 2012 il Pil cadrà dell'1,6%. Una recessione pesante, già avviata nell'ultimo semestre, molto più grave di quella stimata dall'Ocse in un ottimistico meno 0,5%. Per il centro studi confindustriale la conseguenza più grave sarà sul mercato del lavoro: aumenteranno i licenziamenti, la disoccupazione salirà al 9%, il numero dei senza lavoro andrà a 800 mila dal 2008. Male anche sul fronte della pressione fiscale che salirà entro due anni al 45,5% del Pil. «Una situazione non più sostenibile» ha affermato il presidente di viale Astronomia Emma Marcegaglia che comunque ha dato l'ok alla manovra che non aveva alternativa. Il dossier lo dice chiaramente, ipotizzando uno scenario da incubo se dovesse saltare l'euro: crollo del Pil dal 25 al 50%, scomparsa di centinaia di migliaia di imprese con la perdita tra i sei e nove milioni di posti di lavoro. Tutto questo mentre ieri l'Istat fotografava l'inflazione in leggera discesa (dal 3,4 al 3,3%) e Bankitalia lanciava un nuovo allarme sul debito pubblico a quota 1.909 miliardi di euro aumentato di 25 miliardi di euro nel solo mese di ottobre. Alla vigilia del voto di fiducia sulla finanziaria Monti, le prospettive messe in controluce da Confindustria danno ragione ai sacrifici che il governo del Professore si accinge a farci fare. Il saldo primario infatti, il più importante indicatore dello stato della finanza pubblica, passerà dal meno 0,1% lasciatoci da Berlusconi al più 5,5% nel 2013 «che dovrà rimanere tale per molti anni a venire». «Per concentrazione nel tempo — si legge nel rapporto confindustriale — è una correzione senza pari non solo nella storia italiana ma anche nel confronto internazionale». Una stangata colossale che potrà essere mitigata solo con successive misure che rilancino la crescita, la concorrenza, la produttività. Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, invitato dagli imprenditori al tavolo dei relatori, conferma. «Noi dobbiamo e possiamo uscirne, l'Italia ha le basi per parlare di crescita» spiega il ministro sottolineando che senza dare allo sviluppo la priorità assoluta «mancherebbero i presupposti per gli altri due pilastri, rigore ed equità». Sulle liberalizzazioni Passera assicura che «il governo andrà fino in fondo, nonostante le resistenze pazzesche» e riconosce che i crediti vantati dalle imprese pubbliche e private dallo Stato «sono uno dei temi più drammatici». «Se mettiamo insieme tutto — spiegherà dopo nel corso di una audizione alla Camera — arriviamo a una cifra non lontana da 100 miliardi di indebitamento forzoso». Il ministro della «crescita» incassa diversi applausi dagli imprenditori e a loro promette di «lavorare insieme». «Se ci fossimo parlati prima — riflette con un battuta — forse vi sareste accontentati di meno, chi si poteva aspettare che in un momento di tale difficoltà si intervenisse per sei miliardi su Irap e Ace?»
 

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