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Italia in deficit di investimenti esteri

Burocrazia e ritardi di pagamento per Francesco Benatti, Ad della B. Braun Avitum Italy (biomedicale). Ancora la burocrazia ma sommata ad aspetti fiscali, legali e sindacali, per Bruno Bertagna, Plant manager della Trw (multinazionale dell’automotive) di Ostellato e Livorno che aggiunge: «Sono un grave problema di sistema, incomprensibili alle multinazionali». «Ci sono situazioni che uno straniero non capisce» conferma Benatti. «C’è un sistema rigido, con percorsi autorizzativi che fanno riflettere sui perché questi processi non possono essere semplificati» rincara la dose Eric Gerritsen, executive vice president communication e public affairs di Sky Italia.
Atavici mali del Paese. In realtà macigni che stoppano l’arrivo di nuovi investitori esteri. Uno scenario complesso, dove le inefficienze si sommano al bizantinismo di norme che troppo spesso non sono all’altezza di un mondo globalizzato. Il risultato? Gli investitori esteri guardano altrove e scelgono sistemi Paese dove il diritto e l’efficienza nei rapporti tra Pa e imprese sono una certezza. In altre parole l’Italia viene inserita nell’elenco dei Paesi poco amichevoli nei confronti delle multinazionali.
«La nuova frontiera della globalizzazione è la competizione tra Stati per attirare gli investimenti» avverte Giuseppe Recchi, delegato per gli Investitori esteri di Confindustria e Presidente Eni (si veda l’intervista in pagina). Domani il suo intervento aprirà i lavori del convegno «Più mondo in Italia. Per la crescita delle imprese italiane», un momento di confronto tra le imprese a capitale straniero e alcuni membri del Governo.
A fare da sfondo ai lavori ci saranno anche gli ultimi dati del «World Investment report 2013» dell’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite per lo sviluppo e il commercio, sui trend mondiali degli investimenti esteri diretti (Ide). Nel 2012 c’è stato un secco calo (-18% rispetto l’anno precedente) degli Ide nel mondo, arretrati a 1.350 miliardi di dollari. C’è poi stato un tracollo (-70%) di quelli diretti nel nostro Paese: solo 9,6 miliardi dai 34 del 2011. Da questi numeri la conferma della difficoltà con cui le multinazionali possono valutare un investimento in quello che è il secondo Paese manifatturiero d’Europa.
Inoltre c’è un deficit d’interesse da parte della politica. «C’è bisogno di riforme, di ridurre il cuneo fiscale per portalo al livello degli altri Paesi, mentre il Tfr potrebbe entrare in busta paga – suggerisce Gerritsen -. L’Italia deve giocare le sue carte sulla qualità delle persone, ed è parte di una regione tra le più importanti al mondo». C’è poi il capitolo di lotta alla burocrazia: «Andrebbe eliminata – commenta Benatti – la classe politica dovrebbe poi adattarsi alle stesse condizioni di cittadini e imprese, sarebbe un gesto di serietà e darebbe un’enorme visibilità positiva all’Italia». «Agli occhi del top management di una multinazionale il sistema Italia invece viene visto come poco serio e poco flessibile – aggiunge Bertagna –. Il cuneo fiscale ci mette in una situazione di estrema debolezza, di non competitività, mentre come costo del lavoro veniamo dopo Polonia, Repubblica Ceca e Regno Unito». Ci sono poi le qualità del personale: i top manager ci riconoscono «l’estro, la creatività, la capacità di sapere lavorare e la flessibilità».
Sarà forse per questo che sia B.Braun che Trw hanno concentrato nel nostro Paese la realizzazione di prodotti e componenti che poi vengono esportati in tutto il mondo. Bertagna, per finire, spiega «che se una multinazionale deve fare una ristrutturazione in Europa, per fare il primo passo sceglie proprio l’Italia perché qui costa molto meno, grazie alla rete degli ammortizzatori sociali che riducono l’impatto dei costi di ristrutturazione gravando sul sistema pubblico».

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