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Italia Il soccorso dei capitali del Dragone

Poste, Ferrovie, Enav, Anas, il 5% di Enel e forse Eni. Anche Saipem, a tempo debito. Lo sguardo di Pier Carlo Padoan, impegnato a rastrellare nel prossimo triennio 4 miliardi con le azioni di Stato, 0,7% del Pil all’anno, è puntato oltre la Muraglia. 
Ai forzieri della People’s bank of China, gonfi di 4 mila miliardi di dollari di riserve solo in valuta estera, sotto il controllo di Zhou Xiaochuan, 13 anni da governatore, forse un record planetario. Oppure al portafoglio del Cic-China investment corporation, quinto fondo sovrano al mondo con asset per 653 miliardi (in dollari). E ancora alle conglomerate che, per vie dirette o meno, sono sotto il controllo di Li Keqiang, il premier di Pechino. Come State Grid of China, prescelta per il 35% di Cdp Reti (con in pancia il 30% di Snam e Terna) in cambio di un rotondo assegno di 2,1 miliardi. O Shanghai Electric, che ha sborsato 400 milioni per il 40% di Ansaldo Energia al Fondo strategico italiano (Fsi). E ancora il gruppo Insigma, fin qui l’unico ad aver presentato un’offerta vincolante a Finmeccanica per Ansaldo Sts e Breda (segnalamento ferroviario e motrici).
Mister 2%
Arriverà ancora il «soccorso rosso» del Dragone a far da sponda alle privatizzazioni? Pechino è pronta a puntare al raddoppio al tavolo della corporate italia? A giudicare dalle mosse del 2014, incontenibili come mai sul fronte della diplomazia e degli affari, sembra una scommessa già vinta. People’s bank of China ha investito quasi 3 miliardi in pochi mesi nei principali gangli delle blu chip quotate: il 2% più qualche frazione di Eni, Enel, Generali, Fiat Chrysler, Telecom, Mediobanca, Prysmian. Tutte comunicazioni alla Consob (per il superamento della soglia pubblica) intervallate dal traffico di missioni tra Roma e Beijing per costruire una salda rete di relazioni bilaterali. In giugno la visita di stato del premier Matteo Renzi, dal suo omologo Li Kequiang e dal governatore della Banca centrale cinese. Un mese dopo il volo verso Oriente l’hanno preso Padoan accompagnato dal direttore del Tesoro, Vincenzo La Via, e dai vertici della Cdp, Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini. Infine il 14 ottobre la visita ricambiata dal primo ministro di Pechino a Roma con la firma di altri accordi di cooperazione o coinvestimento, in aggiunta a quelli del primo Business forum di luglio. Il tutto per un valore superiore a 8 miliardi.
Per limitarsi agli importi maggiori, Cdp ha negoziato un memorandum con China development bank da 3 miliardi per finanziare progetti infrastrutturali. Il Fsi di Maurizio Tamagnini ha firmato un’intesa di coinvestimento (500 milioni a testa) con il Cic, il fondo presieduto dal ministro delle Finanze Lou Jiwei, peraltro candidato a investire una fiche da 100 milioni anche nel secondo fondo di F2i in fase di raccolta. Enel e Bank of China hanno messo in cantiere progetti da finanziare per 1,1 miliardi.
E Intesa Sanpaolo ha stretto un accordo per promuovere l’interscambio con la Eximbank, l’agenzia per il credito all’export. Sommando solo le quote oltre il 2% nei big di Piazza Affari, i 2,1 miliardi per Snam e Terna (tramite Cdp Reti) e Ansaldo Energia si arriva a 5,5 miliardi. Ma le cifre reali superano di molto quelle conosciute. Il governatore Zhou Xiaochuan ha confidato a Padoan che gli investimenti in azioni di società quotate a Piazza Affari sotto le soglie di comunicazione Consob sono anche di più. In tutto, tra dichiarato e non, si arriva a 7 miliardi. E ancora maggiore è l’esposizione della Banca centrale di Pechino sul nostro debito sovrano. Certo i cinesi non fanno beneficienza. Sono convinti che la corporate Italia sia sottovaluta dopo un triennio di crescita negativa, che possono comprare a sconto sul valore reale, e che il dialogo d’affari sia reso più agevole dalla diplomazia rispetto al blocco dell’Europa centrale dominato dalla Germania. Piacciono le reti d’infrastrutture, come i gasdotti Snam e gli elettrodotti Terna, le tecnologie proprietarie di Ansaldo Energia, il meglio della nostra manifattura. Ma anche i marchi nel settore privato da rilanciare e portare ai consumatori cinesi.
Shopping
Qualche esempio? L’acquisto di Salov (olio Berio e Sagra) da parte di Bright food, gli yacht Ferretti andati a Shangdong, i brand di moda Sixty, Caruso, Pico Pallino e Krizia. Per questo, se si scende di taglia, i numeri si moltiplicano. Secondo la banca dati Ice, R&P, Politecnico di Milano, una decina d’anni fa si contavano una trentina d’imprese italiane con una partecipazione cinese o di Hong Kong superiore al 10%. A saldo del 2014 sono diventate 327 (237 a controllo della Mainland China e 90 dell’ex-colonia britannica) per un fatturato globale stimabile in 7,3 miliardi e oltre 18 mila dipendenti. Con il nuovo anno, dopo qualche falsa partenza, per Poste, Ferrovie e utility municipali si stringeranno i giochi. E il paese del Dragone è un invitato di riguardo.
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