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Italia hub farmaceutico europeo

Promettono nuovi investimenti per 1,5 miliardi in tre anni e 2mila nuovi posti di lavoro. «L’Italia può davvero diventare l’hub farmaceutico d’Europa», garantisce Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria. Che elenca «con orgoglio industriale» i primati del settore: l’export, la produzione, il successo delle aziende a capitale italiano all’estero, la discesa in Italia delle multinazionali pronte a raddoppiare se trovano terreno fertile. Quella fertilità che la solita burocrazia, il peso del fisco, lo spezzatino del farmaco diviso in 21 regioni con regole diverse che creano altrettanti spread d’assistenza per gli italiani, rendono spesso un miraggio. La farmaceutica made in Italy alza il tiro e rilancia, si sente «un’eccellenza europea». «C’è bisogno di velocità e condivisione di obiettivi», ha detto ieri Scaccabarozzi all’annuale assemblea di Farmindustria. Quella velocità che il farmaceutico sembra cogliere nel “Renzi pensiero”. Nelle riforme in arrivo. Nell’interesse che il premier ha manifestato a più riprese per il ruolo che il settore può avere sulla ripresa, ma anche nelle azioni che Beatrice Lorenzin annuncia di voler mettere in campo mettere in campo.
Sono numeri spesso da primato europeo, anche alla pari col gigante tedesco, quelli che Farmindustria ha vantato ieri alla sua assemblea. «C’è un’Italia profonda che è pronta a cambiare», la premessa di Scaccabarozzi per dire che la farmaceutica c’è e vuole esserci sempre di più in quella vasta parte del Paese che vuole uscire dal guado. «Negli ultimi mesi qualcosa sta accadendo, si lavora alle riforme e la speranza si rimette in moto», la condivisione piena verso gli obettivi (e annunci) del premier ex sindaco. Ma, è chiaro, agli annunci adesso devono seguire i fatti. Quei fatti che l’industria ha elencato negli ultimi investimenti per 470 mln realizzati da Big Pharma tra Verona a Frosinone, passando per Firenze, Parma, Rieti, Latina. Dalle aziende a capitale italiano che si sono allungate dagli Usa alla Cina, dalla Francia alla Turchia, da Singapore e ancora altrove nel mondo. È appunto la premessa-promessa di quello che potrebbe diventare «l’hub farmaceutico d’Europa» la carta che la farmaceutica italiana cala sul tavolo.
Sono i numeri del successo, appunto. I 28 mld di produzione, le 174 fabbriche, i 62 mila addetti. Che si moltiplicano guardando all’eccellenza italiana di un indotto (altri 60mila occupati) ramificato e di qualità. Sono cifre che parlano di 2,3 mld di investimenti in produzione e ricerca. E poi il primato dei primati: il super export che la colloca ai primissimi posti al mondo. Se per la produzione in Europa siamo secondi solo alla Germania, nell’export la farmaceutica italiana è pressoché sola al comando. Nel 2013 la crescita è stata del 14%, a un ritmo del +64% negli ultimi cinque anni. Regina del manifatturiero, di cui ha determinato ormai il 34% dell’export. Primati che però devono fare il conto con gli insuccessi. I fallimenti di casa nostra: «la burocrazia «che divora la crescita con una fame che non sazia mai», i prezzi più bassi nella Ue, l’innovazione che arriva tardi e male. Di qui le richieste: mandare gambe all’aria il federalismo sanitario, dare fiato all’ingresso dell’innovazione. Riportare «al centro la politica nazionale», ha riassunto Scaccabarozzi. Se così sarà, i nuovi investimenti e posti di lavoro diventeranno concretezza. Magari potrebbero crescere, chissà.
La politica «nazionale» sul farmaco e l’attenzione verso il settore per promuovere la crescita, ha fatto sapere all’assemblea di Farmindustria la Lorenzin, è negli obiettivi del «Patto per la salute» ormai in arrivo. Così come la riforma dell’Aifa, entro fine agosto, per farne una Fda modello Usa. «Serve competitività», ha ammesso il ministro. Bene la riforma dell’Aifa, la promozione di Scaccabarozzi: potremmo investire anche di più. Ora però è il tempo di passare ai fatti. Con velocità renziana, non di sole promesse.

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