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Italia-Germania, tutti gli ostacoli per un’intesa non ancora decollata

Vista ora, dopo Bratislava, questa sembra semplicemente la storia di un equivoco. Angela Merkel e Matteo Renzi hanno creduto per mesi di parlarsi degli stessi problemi senza capirsi su un punto di fondo: il presidente del Consiglio italiano e la cancelliera tedesca seguono agende diverse e il posto che ciascuno dei due assegna l’altro nel proprio scacchiere non somiglia affatto al ruolo che l’uno e l’altro pensano di occupare. Matteo Renzi e Angela Merkel si parlano, credono di capirsi ma non lo fanno quasi mai.

Bratislava, se non altro, ha fatto pulizia. «Ci sono prospettive e aspettative diverse», si osserva ora con tatto dal lato tedesco. «Il premier italiano vuole spingere i dossier in avanti più di quanto possa essere utile». Merkel oggi vuole solo congelare l’Unione Europea così com’è e sedare la rivolta dei suoi soci orientali, in attesa delle elezioni politiche del 2017 che per lei si presentano sempre più in salita. Renzi invece ha bisogno di un’iniziativa europea contro i flussi migratori dall’Africa subito; ma con urgenza ancora maggiore, mentre l’Italia rischia di avvicinarsi all’orlo di una recessione, gli serve una copertura europea su un bilancio pubblico più fragile di quanto egli stesso abbia promesso a Bruxelles solo pochi mesi fa.

I due non hanno mai parlato delle stesse cose, credendo di farlo. Che fosse un dialogo fra sordi, entrambi avrebbero potuto intuirlo da un frammento della loro conversazione del 29 gennaio scorso. Quel giorno Renzi era alla cancelleria a Berlino per un incontro tutt’altro che facile. Al precedente vertice europeo il premier aveva sorpreso tutti con una lunga tirata contro la Germania sul suo eccesso di risparmio, sul progetto di un gasdotto dalla Russia al Meclemburgo, sulle politiche migratorie. «Angela, non dirci che donate il sangue all’Europa», era stata la conclusione. Merkel aveva risposto nel suo stile: invitandolo nel proprio ufficio. È in quella conversazione a Berlino del 29 gennaio che la cancelliera aveva proposto a Renzi una consultazione prima di ogni Consiglio europeo. In quel momento il sorriso della cancelliera dev’essere stato così illeggibile che Renzi dev’essersi sentito trattato da cugino di campagna. Un giovanotto da tenere tranquillo. Quel giorno rispose, tagliente, che non serviva: bastava che i due si parlassero dei temi di comune interesse, niente di più.

Alla radice dell’equivoco c’è sempre la stessa ambiguità. Merkel da allora ha cercato di coinvolgere sempre più spesso Renzi in eventi di alto profilo, per quello che lei vede come un aiuto paziente al collega italiano. A microfoni spenti, di recente la cancelliera ha persino cercato di elencare tutto ciò che apprezza in Renzi: il Jobs act, il suo sostegno al negoziato commerciale europeo con gli Stati Uniti, una proposta di riforma costituzionale che, per lei, «ha senso». Più ancora però le recenti aperture della leader tedesca si spiegano con esigenze tattiche. La Germania ha bisogno almeno di un interlocutore mentre in Francia François Hollande entra nella dissolvenza del suo infelice quinquennio all’Eliseo; soprattutto, vuole dare una mano a Renzi in vista del referendum in nome della stabilità politica in Europa. Di qui il nuovo invito a Berlino il 27 giugno scorso. Quattro giorni prima la Gran Bretagna aveva votato la sua rottura con l’Europa e subito Merkel volle vedere alla cancelleria anche il leader italiano insieme a Hollande. Era un tentativo di definire un perimetro di sicurezza attorno a sé, Renzi invece deve averci letto la propria cooptazione nella cabina di regia d’Europa. Prese sul serio le dichiarazioni su una linea comune sulla Brexit, sui migranti e il rilancio degli investimenti in Europa. Un nuovo segnale che l’equivoco fra i due era profondo arriva già nei giorni seguenti: nelle riunioni degli sherpa a Bruxelles, l’Italia vota perché sia la Commissione Ue a trattare l’uscita di Londra, la Germania invece propone di avocare la questione ai governi europei e stravince.

Renzi non ha gettato la spugna per questo. In agosto a Ventotene, riproduce il formato a tre leader e le frasi solenni; poche settimane dopo a Maranello, i due governi di Roma e Berlino si incontrano per quella che si sarebbe rivelata una piacevole «photo-opportunity». Merkel cerca di aiutare Renzi in vista del referendum e fa annunciare al suo ministro dell’Interno, Thomas de Maizière, che avrebbe accolto centinaia di immigrati dall’Italia ogni mese. Renzi da Cernobbio parla in modo opposto rispetto a dicembre scorso: dice che in Italia «dobbiamo smettere di dare la colpa alla Germania per i nostri problemi, loro hanno accolto più di un milione di rifugiati».

Oggi invece i due hanno chiuso un giro completo: dalle tensioni sul «donare il sangue», ai «convegni europei sulle virgole» di cui parla il premier «mentre l’Italia salva i rifugiati». Da Berlino si riconosce: «È vero, le ambizioni sono diverse. Ma ora quale può essere la prossima mossa di Renzi?»

Federico Fubini

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