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Italia, fanalino di coda nel digitale

Per quale motivo in Italia il numero delle transazioni commerciali online resta ancora così basso? Certamente gli italiani non sono molto «digitali»: se guardiamo all’indice Desi (Digital Economy and Society Index) stilato dalla Commissione Europea risultiamo infatti 25esimi su 28 Paesi: peggio di noi fanno solo Grecia, Bulgaria e Romania. Soltanto il 7,6% delle imprese italiane vende online i propri beni e servizi.

Una performance che è pari a circa un terzo della media europea (17,8%) e che ci colloca all’ultimo posto in questa particolare classifica. In termini di valori degli scambi, in Italia le transazioni commerciali online costituiscono così appena l’8,8% del totale. Peggio di noi in Europa fanno solo Romania, Lettonia, Grecia, Cipro e Bulgaria. Anche in questo caso risultiamo nettamente sotto la media europea (16,4%) e molto distanti dalle grandi economie: Regno Unito (19%), Francia (16,7%) e Germania (14,4%).

Il gap che ci separa dai maggiori competitor europei è attribuibile innanzitutto all’assenza di investimenti sul piano infrastrutturale ma origina pure da due ritardi: quello culturale del consumatore medio italiano (favorito dal fatto che il nostro è un Paese sempre più vecchio, con metà della popolazione over 45) e quello formativo delle nuove generazioni.

Il tema va affrontato con decisione, si approssimano grandi sfide che non possiamo evitare. Uno studio del World Economic Forum sostiene che entro cinque anni 5 milioni di persone rischiano di essere sostituite da automazione e automi e per il centro studi di Ubs nei prossimi vent’anni la tecnologia soppianterà metà delle attuali professioni. Un altro studio, questa volta del Labour Department degli Stati Uniti, prevede che il 65% dei bambini che oggi vanno alle elementari faranno in età adulta un lavoro che oggi nemmeno esiste. Molti non svolgeranno più in ufficio il proprio lavoro: non solo perché esiste Skype, ma soprattutto perché la connettività superveloce garantisce già una sorta di ubiquità. Quest’ultima in Italia resta però di 8,73 Mbps e ci colloca al penultimo posto in Europa, peggio della Grecia e subito prima della Croazia.

Occorre un cambio di passo a livello nazionale a monte della filiera digitale, in grado di superare con significativi investimenti pubblici le nostre attuali arretratezze. Altrimenti, privati di strumenti adeguati, le nostre aziende e i nostri giovani saranno condannati a perdere in partenza la partita della competizione globale.

Massimo Blasoni * * Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

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