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Italia e Ue, le incomprensioni e la grande sfida sul deficit

 Nel Belgio che è la patria del cioccolato, esistono cioccolati neri come l’inchiostro della seppia, e altrettanto amari perché contengono il 70-80% di cacao. Ieri ha avuto un po’ lo stesso sapore, in qualche stanza della Commissione europea, il primo commento di Matteo Renzi alla lettera (non ancora) inviata da Bruxelles sul piano di Stabilità italiano. Documento di «genere letterario emblematico», e meritevole dell’auspicio del nostro primo ministro: «Vorrei che le nuove istituzioni europee mostrassero un po’ più di coraggio e orgoglio per la nostra appartenenza a questa comunità..». Scesa la notte, la lettera non era ancora partita da Bruxelles e nessuno l’aveva vista. Ma le parole di Renzi che la pre-commentavano, erano state lette dagli esperti che in quelle ore passavano al setaccio il piano di Stabilità italiano, e seguivano le trattative con Roma. Mentre, proprio da Roma, arrivavano in tempo reale voci inquietanti: la notizia del ritardo del via libera da parte della Ragioneria generale dello Stato, i dubbi sulla copertura finanziaria del piano. Era come se qualcuno giocasse a ping-pong fra le due capitali, riportando le parole più elettriche. Qualcuno che avesse buoni legami in entrambi le città. A Bruxelles giravano anche due nomi: Antonio Tajani e Franco Frattini. Tajani, oggi eurodeputato ed ex commissario Ue all’Industria, ha smentito: «Non ho parlato con nessuno, e poi in questi giorni sto sempre a Strasburgo, non a Bruxelles». Non è stato invece possibile avere un commento da Frattini, in serata irraggiungibile al telefono. 
Ad ogni buon conto, l’invito di Renzi che chiede alla Ue di «avere un po’ più di coraggio», o il suo monito «niente diktat esterni», sono stati subito deposti dalle agenzie di stampa sulle scrivanie della Commissione: come tante altre parole che negli anni hanno composto e alimentato un certo vecchio malumore dell’Ue verso l’Italia. Perché sarà certo un caso, ma da altri Paesi — Francia a parte — parole così arrivano assai raramente.
È un malumore, quello europeo verso l’Italia, sempre smentito ufficialmente, e sempre realmente esistito nei fatti e negli atteggiamenti, fin dai tempi bruxellesi di Silvio Berlusconi. È un umor grigio alimentato da queste frasi e anche da certe sinuosità della politica italiana, per Bruxelles a volte indecifrabile. Esempi più citati: l’alleanza, vera o finta che fosse, proclamata solo pochi mesi fa fra Matteo Renzi e François Hollande per rilanciare il tema della crescita, e poi sbiadita, perdutasi per strada, mentre Hollande si rifugiava tra le forti mura di Berlino; o il rapporto caloroso fra l’Italia e la Russia, che almeno nei primissimi tempi dell’era Mogherini ha fatto diffidare vari Stati Ue, gli stessi che considerano il Cremlino un’entità pericolosa o nemica. Perfino il tema delle sanzioni contro la Siria è stato per qualche ora avvelenato da pettegolezzi britannici che attribuivano a Roma la volontà di «rompere il fronte» della solidarietà contro Assad: poi Roma ha votato con tutti gli altri Stati, ma intanto un dubbio ulteriore era stato seminato.
Ora che si spalancano pentoloni roventi come quelli del deficit o del debito pubblico, i malumori e le diffidenze contano forse ancor di più. Negli ambienti della Commissione si dice che, data ormai quasi per scontata la lettera con la richiesta di chiarimenti a Palazzo Chigi, questa non si trasformerà in una vera e propria «bocciatura» del governo italiano: José Manuel Barroso, presidente uscente della Commissione, potrebbe forse anche ammetterla, ma dopotutto è già entrato negli «8 giorni» che precedono la fine del mandato; mentre Jean-Claude Juncker, suo successore, teme che una caduta di Renzi possa aprire anni di vuoto a Roma come a Bruxelles. La destabilizzazione per mancanza di alternative; mentre lui, Juncker, avrebbe tutto l’interesse a trovarsi davanti un interlocutore conosciuto e non il caos, nei prossimi cinque anni di mandato. E così, dicono, la pensa anche una signora che abita a Berlino.
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