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«Italia e Cina unite dall’Expo»

In quindici mesi, vale a dire dall’ultima volta che ha messo piede qui, in Cina, per la firma del padiglione nazionale, l’entusiasmo dei cinesi per l’Expo milanese è schizzato alle stelle. Giuseppe Sala, commissario del governo, raccoglie i frutti di una decisione maturata quasi per riflesso condizionato nel passaggio di consegne da Shanghai 2010 a Milano 2015.
Lei c’era, allora, e dell’Expo 2015 ha poi vissuto tutti gli snodi, inclusa l’apertura ai cinesi decisa quattro anni fa. Che effetto le fa vedere che sono i fan più accaniti dell’Expo 2015?
In Cina, ci sono dei presupposti davvero straordinari per quanto riguarda non solo l’Expo, ma i rapporti italocinesi. Come me la spiego tanto entusiasmo? Non è un gioco di parole: infatti in linea di massima non è semplice spiegare cosa è l’Expo, ma in Cina è un evento molto conosciuto perché è stato un evento recente e di grande successo, di orgoglio per i cinesi. Qui in Cina siamo partiti con questo grande vantaggio. La parte istituzionale cinese è stata, inoltre, molto collaborativa, a partire dall’ambasciata cinese a Roma. Piuttosto avremmo avuto spazio per altri padiglioni, ma loro si sono fermati a tre. Infine, c’è stato l’apporto essenziale dei tour operator cinesi.
Dobbiamo credere alla profezia del milione di turisti cinesi all’Expo di Milano 2015?
Il mood oggi è “non ci basta il milione, vogliamo portarne un milione e mezzo, di cinesi all’Expo”. Una cosa di cui sarei estremamente contento se si verificasse, insomma i presupposti ci sono.
Vista da qui si ha l’impressione che l’Expo sia un po’ considerata come una vetrina per mettersi in mostra su un palcoscenico più ampio, essenzialmente europeo. Cosa ne pensa di questa angolazione?
Penso che non sia sbagliata, i cinesi sanno benissimo che la conoscenza che c’è in Europa della Cina è ancora molto limitata. A parte chi ha viaggiato da almeno vent’anni in Cina e la conosce, per il resto ci sono molti stereotipi. Loro si stanno internazionalizzando a vari livelli e questa mi sembra una buona opportunità…
Il padiglione nazionale metterà in mostra usi e costumi di almeno una dozzina di province cinesi.
Appunto, anche il roadshow che parte da Pechino ha lo scopo di far incontrare le varie culture locali. Ma è l’Italia che ha bisogno di conoscere i cinesi.
L’Expo agevolerà il business con la Cina?
Noi stiamo creando delle opportunità. L’Expo in sé non è un evento di natura commerciale, ma stiamo lavorando con la Camera di commercio di Milano, con la Fiera di Milano e con il ministero degli Affari esteri per creare una piattaforma B2B che permetterà scambi e contatti tra imprese italiane e cinesi. Ci sarà un luogo fisico, anche. All’interno dell’Expo o della Fiera di Milano è da vedere, all’inizio sarà una piattaforma telematica, poi ci saranno anche contatti concreti.
La Cina è sempre più attenta alla sicurezza alimentare, il tema sembra tagliato ad arte per le necessità e le riflessioni di questa fase dello sviluppo cinese.
Anche per questo si tratta di un’opportunità per loro. Bisognerà capire loro come vedono, a questo punto, il futuro delle tecnologie nel settore alimentare. Da questo punto di vista loro sono attentissimi, noi non dobbiamo avere preconcetti ma dobbiamo essere davvero una piattaforma aperta. La Cina anche dal punto di vista dell’agrofood è una grandissima potenza.
Un’urgenza che ci sembra di aver individuato è il costo dell’accoglienza durante l’Expo, molti cinesi viaggeranno per la prima volta, se saranno in tanti come si spera, dove li mettiamo e soprattutto, quanto dovranno pagare per soggiornare?
Ci stiamo lavorando, sui giornali milanesi il dibattito è aperto, però è chiaro che sarebbe folle proporre prezzi troppo alti per sei mesi. Se fossero anche solo 900mila i cinesi da ospitare tutto ciò potrà funzionare se ci saranno le condizioni, altrimenti si perde business. Inoltre i cinesi alle loro abitudini ci tengono e gli albergatori, magari, non le conoscono. Stiamo organizzando incontri con gli operatori proprio per parlare con loro di questo.
Un altro intoppo da evitare è quello dei dati biometrici per i visti ai cinesi. Prescritti dall’Europa dovrebbero scattare, ironia della sorte, proprio con l’apertura dell’Expo, a maggio 2015. A che punto siamo?
Ne riparleremo con la Farnesina. Tecnicamente le azioni possibili sono due: lavorare con Bruxelles perché questo evento che non è solo italiano, ma anche europeo. Nessuno contesta la necessità ma dobbiamo vedere se riusciamo a prendere qualche mese sull’entrata in vigore di questa misura. La seconda possibilità vede come interlocutore il governo cinese, al momento le impronte possono essere raccolte solo nei cinque consolati italiani, è troppo poco per un paese così grande. Bisogna vedere se è possibile contare su altri centri visti. Bisogna assolutamente lavorare sia con Bruxelles sia qui, per evitare che l’entusiasmo cinese si smorzi.
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