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Italia divisa dal fisco il 55% degli autonomi con meno di 15 mila euro

Un paese a scarso reddito, dove le donne guadagnano meno degli uomini, gli autonomi meno dei lavoratori dipendenti e il Sud sta peggio del Nord. Questo dicono le cifre ufficiali: retaggi atavici che la crisi ha rafforzato. In Italia – secondo l’analisi fatta dall’Istat su redditi e condizioni di vita (dati 2012) – il 25,8 per cento della popolazione vive con un reddito al di sotto dei 10 mila euro annui, solo il 2,4 fa i conti con un budget che supera i 70 mila. Si va dai 46,6 mila euro di reddito annuo medio per abitante della provincia di Bolzano ai 12 mila di Agrigento e del Medio Campidano sardo.

Numeri che vanno letti tenendo conto del lavoro nero e dell’evasione fiscale e considerando il picco di disoccupazione che la crisi ha determinato, ma che rappresentano – comunque – un paese nettamente diseguale.
Parliamo di redditi lordi individuali: oltre la metà degli italiani (il 54 per cento) può contare su una disponibilità annua fra i 10 e i 30 mila euro. Fra i 30 e i 70 mila euro vive un altro 17,6 per cento della popolazione. Fasce entro le quali dominano gli scompensi: oltre la metà degli autonomi (il 55,6 per cento) dichiara redditi lordi inferiori sotto ai 15 mila euro, un tetto entro il quale si muove invece «solo» il 39,1 per cento del lavoro dipendente.
Nel mezzo c’è la chiusura di tante botteghe, ma anche una chiara ripresa del nero. «La distribuzione del reddito è schiacciata verso il basso – commenta la Cisl – ma visto l’alto livello d’illegalità ed evasione fiscale le dichiarazioni dei redditi non rappresentano più la reale situazione economica del Paese». In tal quadro non aiuta la progressione del cuneo fiscale: nel 2012, segnala l’Istat, la differenza fra costo sostenuto dal datore di lavoro e reddito percepito dal lavoratore è stata pari, in media, al 46,7 per cento. L’anno precedente era al 46,3.
Ci sono vecchie questioni mai risolte, per esempio la differenza di genere. Le donne italiane continuano a guadagnare meno degli uomini: la retribuzione netta femminile è in media il 79 per cento di quella maschile (14.391 euro contro 18.211). Altro retaggio il gap fra Nord e Sud, reso ancor più evidente dall’analisi che la Svimez ha fatto sui redditi negli anni della crisi: nelle famiglie giovani del Mezzogiorno (capofamiglia under 35 anni) fra il 2007 e il 2012 le disponibilità sono crollate del 24,8 per cento mentre al Nord sono aumentate di un pur risicato 1,7 per cento. La Cgil fa notare che «creare un ministero ad hoc non basterà: servono politiche industriali e di sviluppo».
Secondo l’Ocse il problema è ancora più complesso: «La mancata ripresa dalla recessione sta portando il reddito pro capite dell’Italia a scendere ancora più in basso rispetto alle principali economie dell’Ocse» scrivono gli economisti nel rapporto «Going for Growth». La ricetta consigliata è sempre la stessa: l’Italia deve continuare a fare le riforme, in particolare sul lavoro, il fisco e la scuola.
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