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Italia-Cina, un binomio per far partire la ripresa

La visita del premier cinese Li Keqiang, che lo scorso 16 ottobre ha fatto in Italia per la firma di alcuni accordi economici, riporta all’attenzione le potenzialità di un mercato molto promettente per le aziende italiane, e di conseguenza per i consulenti legali. Non mancano i casi di avvocati italiani che hanno aperto una sede a Pechino, anche se la maggior parte delle strutture d’affari preferisce seguire a distanza un mercato che resta molto complesso, anche per le peculiarità che caratterizzano il settore degli studi legali.

Verso la leadership mondiale dell’economia

La Cina supererà gli Stati Uniti già nell’anno in corso, diventando così la prima economia mondiale.

La stima arriva da una fonte autorevole come l’International Comparison Program della Banca Mondiale, che ricorda come solo nel 2005 il Pil cinese fosse al 43% di quello americano, per poi crescere all’87% nel 2011. Si tratta di un passo storico, considerato che gli Usa detenevano il primato a livello mondiale dal lontano 1872. Non va comunque dimenticato che si ragiona su valori assoluti, ma in Cina la ricchezza è distribuita tra 1,4 miliardi di persone contro poco più di 300 milioni negli States.

Le difficoltà di ingresso diretto nel mercato

Un mercato così importante, e con questi tassi di crescita, non può che far gola agli studi italiani, altrimenti impegnati in un contesto nazionale da anni stagnante.

Hogan Lovells è stato tra i primi studi legali internazionali ad aver ottenuto una licenza a Pechino nel 1992 e in seguito ha aperto anche un ufficio a Shaghai e uno a Hong Kong, per un totale di 30 soci e 140 avvocati. «Siamo in grado di coprire capillarmente l’assistenza sul territorio con altri studi legali cinesi grazie all’esclusiva membership della Sino-Global Legal Alliance», rivendica Marco Rota Candiani. Dell’Alliance fa parte un selezionato gruppo di 19 principali studi legali cinesi con sede in 17 regioni in tutto il paese. «L’aspetto più importante da tenere in considerazione per operare in Cina è il gap culturale: si tratta di un paese di antichissime tradizioni, storicamente chiuso agli investimenti stranieri e riluttante ad accettare il diverso. È quindi necessario che l’approccio italiano (o comunque straniero) sia ‘filtrato’ attraversogli avvocati locali che ben conoscono le istanze degli investitori stranieri ma al tempo stesso le peculiarità del mercato locale».

Nctm ha creato una propria struttura nel paese del Dragone nel 2009, ottenendo la licenza del ministero della Giustizia locale per lavorare in Cina, e in particolare a Shanghai. Gli avvocati presenti, compresi due italiani, parlano correntemente il cinese, e sono affiancati da professionisti del luogo, specializzati in diritto commerciale e societario, delle costruzioni, diritto del lavoro e contenzioso. «Il mercato degli studi legali in Cina ha due caratteristiche importanti», spiega l’avvocato Hermes Pazzaglini. «Innanzitutto non c’è una lunga tradizione professionale come in Italia.

Gli avvocati delle giovani generazioni formati all’estero (principalmente in Inghilterra e negli Stati Uniti) stanno cominciando a recepire le tradizioni e il modus operandi degli studi internazionali. Mentre negli altri casi l’avvocatura in Cina si dimostra un mestiere di invenzione recente e la qualità dei servizi offerti può ancora migliorare».

La seconda peculiarità è legata all’approccio protezionistico di Pechino: «Con l’obiettivo di favorire i professionisti locali contro la concorrenza internazionale, gli avvocati stranieri non possono partecipare all’esame di avvocato in Cina ed è fatto divieto agli studi legali stranieri di praticare il diritto cinese». Un ostacolo che Nctm ha aggirato dando vita a una partnership locale con AllBright Law Offices.

Presenza diretta per presidiare meglio il mercato

A Shanghai è ubicato anche lo studio Greatway Advisory Gwa, fondato da Giovanni Pisacane, che ha uffici operativi anche a Pechino, Suzhou ed Hong Kong e un desk in Italia. «L’ingresso in quel mercato è molto complesso», conferma l’avvocato. «Uno studio italiano non può entrare senza aver prima acquisito specifiche licenze, che consentono solo di operare nel limite della consulenza legale, nell’ambito del diritto italiano o europeo». Per questo motivo molti, come la stessa Gwa, hanno scelto la struttura della società con scopo di consulenza tax, business e legal consulting, lasciando poi ai singoli avvocati l’uso delle proprie licenze per eventuali dispute giudiziali. «Al di là delle aziende italiane, come la bergamasca Eutron, assistiamo anche realtà cinesi, in particolare nell’area delle acquisizioni e creazioni di joint-venture con società estere», aggiunge Pisacane. «Si tratta di operazioni in genere complesse in cui è necessario un team multidisciplinare di avvocati e commercialisti. Inoltre è molto diffuso il ricorso agli arbitrati innanzi allo Shiac (a Shanghai) o al Cietac (a Pechino) per la risoluzione delle controversie con soci o partner commerciali stranieri».

Shanghai (headquarters), Pechino, Canton e Hong Kong sono le piazze presidiate da C&A Advisors, che si si occupa di consulenza contabile, fiscale e societaria per investimenti diretti in Cina. In totale il team è composto da 80 professionisti, tra cui dottori commercialisti e avvocati abilitati in diverse giurisdizioni, con Luigi Bendi a ricoprire il ruolo di managing partner. «Negli ultimi anni diverse aziende italiane sono state attratte dal crescente mercato cinese di consumatori finali di beni di diversa natura (dalla moda, al settore alimentare a beni di consumo di ogni genere), e avere una presenza diretta in loco è diventata un’esigenza per essere più competitivi», spiega. Con riferimento sia all’opportunità di ridurre i costi, sia di una maggiore comprensione delle richieste del mercato locale. Su questo fronte l’imprenditoria italiana risulta comunque indietro rispetto ad altri paesi occidentali.

«Tranne alcune eccezioni, i nostri investitori sembrano lontani dal poter cogliere in pieno le opportunità offerte dalla Repubblica Popolare Cinese e finiscono con il subire il paese piuttosto che approfittare delle possibilità che esso offre», sottolinea Bendi.

Il quale attribuisce questo limite a varie ragioni, come «la difficoltà che le istituzioni italiane spesso incontrano nel supportare in maniera coordinata e/o efficace le esigenze dell’investitore italiano all’estero», nonché alla difficoltà di quest’ultimo di «pianificare e porre in essere politiche aziendali di lungo periodo».

La maggior parte degli studi, comunque, segue il mercato del Dragone dall’Italia, attraverso un China desk. È il caso, ad esempio, di Bonelli Erede Pappalardo, che affianca questa struttura alla presenza di un of counsel a Pechino, come spiega Renzo Cavalieri.

«Abbiamo una presenza leggera in Cina, che si fonda anche sulla collaborazione con alcuni studi locali», spiega. «Quello cinese è un mercato caratterizzato da una fortissima competizione, soprattutto sui prezzi, una scarsa specializzazione per materia (e una minor valorizzazione della qualità tecnico-giuridica in sé) e un forte accento sull’attività di marketing e su aree di consulenza marginali e non strettamente giuridiche», aggiunge.

Il ponte di Hong Kong

Lo studio Gianni, Origoni, Grippo, Capelli ha preferito optare per una sede a Hong Kong. «Il mercato cinese è molto dinamico, con gli studi locali che si stanno organizzando per offrire assistenza alle aziende cinesi anche all’estero», spiega il partner responsabile della sede, Stefano Beghi. «Abbiamo deciso di seguire questo mercato da Hong Kong, che è una realtà molto competitiva, con regole di mercato chiare, players sofisticati e una domanda di servizi a valore aggiunto. Attualmente lo studio conta su tre professionisti, con un quarto che dovrebbe arrivare a completare il team nei prossimi mesi. L’attività è svolta in collaborazione con il China Desk in Italia, composto da altri tre professionisti. Tra gli altri, lo studio ha affiancato il Fondo Strategico Italiano nella cessione di partecipazioni in Ansaldo Energia a Shanghai Electric e China National Petroleum Corp nell’acquisizione di alcuni asset in Mozambico da Eni.

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