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Italcementi dimezza gli impianti

Le peggiori previsioni si sono confermate: anche nel 2013 non ci sarà ripresa per il mercato delle costruzioni e delle infrastrutture. Per dirla con il principale imprenditore del ramo, Giampiero Pesenti, presidente di Italcementi «il mercato continua ad essere caratterizzato da una sovracapacità produttiva rispetto a una domanda che si è allineata ai livelli della fine degli anni Sessanta ».
Un salto indietro nel tempo iniziata a partire dal 2008 e che ormai è diventata strutturale. Due numeri per rendersene conto: se prima della crisi la domanda di cemento e similari in Italia sfiorava i 40 milioni di tonnellate, ora non si arriva alla metà. E il 2013 si chiuderà con meno di 20 milioni di tonnellate assorbite dal mercato.
Se questo è il contesto, non stupisce che dall’assemblea dei soci di Italcementi – che si è tenuta ieri a Bergamo – sia arrivata la conferma del piano di ristrutturazione con cui il gruppo leader in Italia (nonché tra i primi in Europa) stia cercando di reagire alla recessione in Italia. Una operazione che non può che passare attraverso una riduzione dell’attività industriale e un “congelamento” degli impianti di proprietà, di fatto dimezzati da 17 a 8.
I Pesenti lo hanno chiamato “Progetto 2015” è già spiega quanto ancora bisognerà aspettare per tornare a guardare il futuro con un briciolo di serenità. Il progetto, così come comunicato ai sindacati a dicembre 2012, è stato confermato ieri nelle sue linee fondamentali agli azionisti del gruppo quotato in Borsa. Anche perché i primi tre mesi dell’anno non hanno rivelato alcuna inversione di tendenza.
In sostanza, dei 17 impianti di proprietà di Italcementi nel nostro paese a fine 2011, il piano al 2015 ne prende in considerazione 14, visto che tre impianti erano già usciti di produzione nel corso del 2012, uno era stato venduto e due declassati a centri di macinazione dei materiali.
Di questi 14, al momento ne sono attivi a ciclo completo soltanto sei. Si tratta dei cementifici di Calusco, Rezzato, Colleferro, Samatzia, Matera e Isola delle femmine: secondo la società rappresentano la “fascia d’eccellenza” e sono sufficienti per mantenere inalterata la quota di mercato che per Italcementi resta a livelli pre-crisi, intorno al 30% della domanda in Italia. Degli altri, 5 impianti vengono messi in “panchina”: di fatto, escono di produzione ma vengono tenuti pronti a intervenire nel caso di ripresa – anche momentanea – della domanda. Anche se, sempre secondo le previsioni, sarà difficile che nel corso del 2013 ne entrino un funzione più di due alla volta. Gli ultimi tre impianti sono destinati a diventare a loro volta dei centri di “macinazione” del materiale.
Il fermo degli impianti non può che avere una ricaduta occupazionale, visto che solo metà degli impianti rimangono in attività come prima. Il “Progetto 2015” si è così accompagnato a un accordo con i sindacati che prevede il ricorso alla cassa integrazione straordinaria per un numero massimo di 665 dipendenti su un totale di
circa 2500 addetti del gruppo, di cui due terzi attualmente impegnati negli stabilimenti e un terzo nella sede centrale di Bergamo.
Al termine del periodo di cassa integrazione, in mancanza di segnali concreti di miglioramento dello scenario congiunturale, il programma prevede che circa la metà delle sospensioni temporanee – secondo quanto comunicato dall’azienda – potranno trasformarsi , in mobilità. Il che dovrebbe portare a una riduzione complessiva dei costi di 40 milioni di euro.
Del resto, la riduzione riguarda tutti gli aspetti della vita societaria. Per dire, il consiglio di amministrazione eletto ieri dall’assemblea passa da 20 a 15 membri, di cui 8 indipendenti.

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