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Istituti promossi sul capitale, a Piazza Affari parte il rally

Le banche italiane superano il banco di prova degli esami Srep della Vigilanza Bce. E mostrano di possedere adeguate riserve di capitale rispetto alle asticelle minime imposte dagli ispettori di Francoforte.
È una fotografia tutto sommato confortante quella che emerge dalle indicazioni fornite dalle stesse banche, che in questi giorni di approvazione dei conti 2018 hanno alzato il velo anche sui nuovi vincoli patrimoniali. Perché tutte le principali banche italiane medio-grandi (si veda tabella in pagina, con il confronto tra la richiesta Srep 2019 e il Cet1 posseduto) evidenziano “cuscinetti” di capitale aggiuntivi rispetto alle soglie minime richieste dalla Vigilanza bancaria per il 2019.
Al contrario della tornata precedente (quando il requisito Srep era stato comunicato a fine dicembre 2017), quest’anno i requisiti Srep sono stati comunicati ad anno iniziato, complice il ritardo generato dall’introduzione dell’Ifrs9 e del conseguente avvio lento degli stress test nel 2018. Tuttavia, il capital requirement richiesto dalla Bce per il 2019 risulta ampiamente inferiore ai livelli di capitale primario (Cet1) reso noto dalle banche italiane nel quadro dei bilanci 2018. Si va dalla richiesta di un 8% minimo assegnata al Credem, banca più virtuosa del sistema Italia, al 10,07% previsto per UniCredit, richiesta su cui incide un 1% di cuscinetto riservato agli enti a rilevanza sistemica globali (G-Sii).
Insomma, tutti i principali istituti domestici dimostrano di essere in linea con i diktat Bce. Per il mercato si tratta di una notizia positiva, che non a caso ha fatto da catalizzatore per gli acquisti. Ieri il balzo più significativo (+7,03%) l’ha messo a segno BancoBpm, unica banca in Italia ad avere peraltro ricevuto una riduzione del requisito, anche in virtù del processo di derisking realizzato nel corso degli ultimi mesi. Ma a correre in realtà sono state anche le altre banche, da Bper (+4,14%) a Ubi (+2,96%),da UniCredit (+1,8%) a Intesa (+1,23%).
Se nel suo complesso il dato è positivo, va anche ricordato che quelle fornite dalle banche sono le richieste minime da rispettare obbligatoriamente. Ad esse come noto si aggiunge un ulteriore delta, costituito dalla cosiddetta capital guidance di secondo pilastro. Dato sconosciuto al mercato, e mantenuto sotto lo stretto riserbo tra gli istituti e la stessa Bce, la guidance è di fatto un “cuscinetto ombra” non vincolante, e tale da non determinare alcuna limitazione alla distribuzione dei dividendi in maniera automatica.
Per la stragrande maggioranza delle banche italiane, anche la guidance non dovrebbe rappresentare una questione di rilievo. Quest’anno, peraltro, in questo requisito aggiuntivo sono confluite le richieste derivanti dagli stress test realizzati nel 2018, esami che hanno trovato del resto le banche italiane in buona salute, eccezion fatta per Carige. In futuro, tuttavia, nella capital guidance saranno ricomprese eventuali “sanzioni” derivanti dalla mancata copertura progressiva dei crediti deteriorati, come da richiesta della stessa Vigilanza. Per questo la guidance (stimata) sarà oggetto di massima attenzione da parte del mercato.

Luca Davi

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