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Istituti italiani meno rischiosi nel confronto con i big europei

Il fenomeno è esploso da tempo, ma non si illuda chi pensa che sia di breve durata. Il fenomeno o meglio la grossa grana che affligge le giornate dei banchieri italiani è quella dei crediti a rischio, i prestiti che rischiano di non tornare nelle casse delle banche e che pesano come un macigno sui conti. Solo le prime 5 banche ne hanno per oltre 180 miliardi e a livello di sistema siamo ormai a tassi oltre il 10% del totale degli impieghi. Per ogni 100 euro di prestiti a imprese e famiglie, 10 euro si trasformeranno presumibilmente in perdite per gli istituti di credito. Una spada di Damocle che resterà sospesa sulle banche anche nei prossimi mesi dato che Banca d’Italia stima che il picco delle sofferenze si toccherà solo nel 2013. Del resto non è una sorpresa: conferma una volta di più che il settore bancario è pro-ciclico. Paga oggi amplificandolo la stagione del credito facile pre-crisi Lehman. E proprio perchè si accompagna al ciclo, difficile con il Paese in piena recessione, aspettarsi un’uscita dal tunnel rapida. La grana dei crediti a rischio produce due effetti: rende le banche più prudenti nel dare nuovo credito e tiena la redditività sotto scacco. I ricavi per le banche, con i tassi mai così bassi, languiranno infatti per molti mesi e gli utili non possono crescere se devi apportare trimestre su trimestre sempre nuovi accantonamenti a coprire le perdite sui prestiti. Brutto affare che getta più di un’ombra sul settore.
La miopìa sul capitale
Ma da qui a pensare che il sistema bancario italiano sia a rischio collasso ce ne corre. Finchè fai utili, e sia UniCredit che Intesa continuano a produrne, le perdite sui crediti non intaccano il patrimonio. I guai nascono solo per le banche come Mps che continuano a produrre perdite. Per il resto il grado di patrimonializzazione delle banche italiane è adeguato. Non così per altre realtà che pure apparivano sulla carta virtuose. Quando si discute di rischio e solidità conviene non dimenticare mai il caso di Dexia o della spagnola Bankia. Poco giorni prima di essere salvata dai Governi franco-belga, Dexia aveva un Core Tier1 sopra il 12%, ampiamente sopra i requisiti di Basilea3. È fallita non perchè non avesse capitale (in apparenza) ma perchè l’attivo era malato, pieno di asset tossici mai puliti dopo Lehman. La spagnola Bankia ha seguito lo stesso copione. A mandare a gambe all’aria la banca non era la qualità e quantità del capitale, ma l’attivo dimezzatosi per la pulizia di bilancio.
Guai grossi a Madrid
E proprio il malessere più grave, quanto a salute dei conti, viene oggi più dalle banche spagnole che da quelle italiane. Sulla carta le sofferenze del sistema bancario iberico sono al 10% del totale crediti, ma il dato è illusorio dato che la Banca di Spagna non fa conteggiare tra i crediti problematici gli incagli e i prestiti ristrutturati e scaduti come invece obbliga Bankitalia. Se si adossero le stesse regole prudenziali ecco, come stima Nomura, che il tasso dei crediti a rischio balzerebbe al 19%, che significa oltre 300 miliardi di possibili svalutazioni per il sistema bancario di Madrid. E non può essere un caso che si chieda di ricapitalizzare il sistema spagnolo del credito per almeno 60 miliardi.
Morire per Basilea 3?
Il tema della solidità patrimoniale è ineccepibile e bene fanno i regolatori a richiederlo. Ma senza un campo di gioco comune a tutti gli attori si rischiano pesanti abbagli. Le distorsioni sono innumerevoli. A cominciare dal calcolo degli attivi a rischio. Come è noto i prestiti a imprese e famiglie sono classificati a rischio, mentre titoli e derivati ne sono in parte esclusi. Con il paradosso che le banche commerciali hanno più attività giudicate a rischio delle banche d’investimento. Come se un mutuo fosse più pericolo in sè del trading su valute e commodity. E così le banche tradizionali sono costrette ad avere in proporzione più capitale delle Goldman Sachs di turno. È l’effetto perverso è che le banche più penalizzate finiscano per conseguire i requisiti patrimoniali di Basilea3, tagliando proprio i prestiti all’economia reale. Finendo così per creare un circolo perverso e vizioso che alimenta il ciclo recessivo dell’economia reale. Più che gli attivi a rischio in sè, la solidità delle banche dovrebbe essere misurata con un parametro più obiettivo che è quello del rapporto tra il capitale e l’intero attivo della banca. Da questo punto di vista la leva finanziaria delle banche italiane (a 18 secondo Banca d’Italia) è ben sotto la media europea di 24. Segno indiscutibile di una maggiore forza patromoniale rispetto a banche come quelle del Nord Europa che hanno livelli di sofferenze meno accentuate, ma sono piene di titoli e derivati di ogni sorta. Nessuno misura quel rischio. E il crollo impietoso di Dexia è lì a ricordarcelo.

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