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Istat: ripresa ferma a 0,6% (se tutto va bene)

La recessione è finita, o meglio «può finire», come ha detto ieri il presidente dell’Istat Antonio Golini, ma occorre concentrare tutti gli sforzi sull’obiettivo della crescita. È il consiglio di policy che viene dall’istituto nazionale di statistica ed è espresso nel Rapporto annuale 2014 che ieri è stato presentato alla Camera alla presenza della presidente Laura Boldrini. Nel testo si rimarca infatti che l’Italia «si distingue come il paese che ha attuato il maggior sforzo di consolidamento fiscale a fronte di una recessione tra le più profonde dell’Ue. Tuttavia non ha ottenuto i risultati attesi a causa di un parziale effetto di avvitamento». Si tratta, sommando gli interventi dell’ultimo triennio, di ben 182 miliardi. La riduzione del deficit è risultata significativamente inferiore alle attese e il debito è salito di 29 punti dal 2007 contro i 26 dell’Area Euro, dove i principali paesi però hanno fatto politiche espansive. «Il deterioramento del quadro macroeconomico, in parte dovuto alle manovre stesse, ha avuto un ruolo molto rilevante», si legge. «La bassa crescita, causata anche da manovre fiscali restrittive, ha in parte vanificato lo sforzo di consolidamento dei conti pubblici. Ora, dunque, «per mantenere i risultati conseguiti sembrerebbe opportuno agire sul denominatore del rapporto, cioè attuare politiche per la crescita». Non basta. L’Istat offre al governo Renzi un suggerimento per negoziare con la Ue uno spazio d’azione maggiore per la politica di bilancio italiana. E spiega che «una diversa stima del prodotto potenziale potrebbe consentire di raggiungere il pareggio strutturale dei conti pubblici con livelli più elevati di indebitamento netto». 
In pratica, se si riuscisse a convincere la Commissione Ue che la maggior parte dei danni subiti dal sistema economico italiano durante gli anni di crisi è di tipo congiunturale, e che la capacità produttiva italiana è rimasta intatta (dunque possiamo in futuro tornare a crescere in modo robusto e abbattere di molto il livello della disoccupazione) secondo i calcoli dell’Istat il vincolo del bilancio strutturale in pareggio potrebbe essere rispettato anche con un rapporto deficit-Pil intorno al 3 per cento sia nel 2014 sia nel 2015, invece di essere obbligati a portare il deficit al 2,6 per cento quest’anno e all’1,8 per cento nel 2015.
Questa interpretazione più ottimistica della frontiera della crescita possibile per l’economia italiana libererebbe uno spazio fiscale agibile (risorse da restituire all’economia attraverso la politica economica) di 5 miliardi per l’anno in corso e di 10 miliardi per l’anno prossimo, sostengono gli esperti Istat. È un percorso da tentare anche perché, come ricorda l’Istituto, le previsioni macroeconomiche appena prodotte contengono degli elementi di rischio verso il basso. Per quest’anno, infatti, l’Istat prevede un aumento del Pil dello 0,6% in termini reali, mentre per il biennio successivo la crescita dell’economia italiana si attesterebbe all’1% nel 2015 e all’1,4% nel 2016. Ma le previsioni, uscite qualche giorno prima della “doccia fredda” costituita dalla stima flash sul prodotto nel primo trimestre dell’anno (la variazione del prodotto nei primi tre mesi dell’anno è stata dello-0,1%) come sottolinea l’Istituto di statistica, «sono soggette a rischi e incertezza derivanti dall’andamento della domanda globale, dalle condizioni di accesso al credito e dagli effetti delle politiche economiche». In pratica, solo se tutto andrà molto bene si arriverà a quel +0,6 stimato per quest’anno, tenendo conto del fatto che un +0,2 per cento d’incremento del Pil dovrebbe essere assicurato, secondo le stime degli statistici, dall’effetto- bonus in busta paga.
Senonché, come si sa, il maggiore pregio dei rapporti dell’Istat sta nella capacità di descrivere minuziosamente lo spaccato economico e sociale del paese. E la fotografia scattata sulla base dell’anno che abbiamo alle spalle è decisamente virata in seppia: nel 2013 l’occupazione è diminuita di 478mila unità (-2,1% rispetto al 2012) e accanto ai 3 milioni 113 mila disoccupati ve ne sono altri 3 milioni e 205mila inoccupati, che vorrebbero lavorare. Cala inoltre la spesa per i consumi, la cui riduzione nel 2013 è stata maggiore di quella del reddito (-2,6%, perché, spiega l’Istat dopo qualche anno di contrazione dei redditi reali, le famiglie hanno smesso di finanziare la spesa intaccando il risparmio: infatti lo scorso anno la propensione al risparmio è tornata ad aumentare, al 9,8 per cento. Ma è cresciuto nel tempo anche il ricorso all’indebitamento: nel 2012 le famiglie indebitate superano quota 7%.
La forte caduta dell’occupazione sta inoltre cambiando anche il ruolo delle donne nella famiglie: crescono le famiglie con almeno una persona di 15-64 anni in cui è la donna ad essere l’unica occupata “breadwinner”, specialmente tra le madri in coppia: succede in 591mila famiglie (34,5% in più). Anche per questo fare figli è sempre più difficile.
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