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Istat: più fiducia, possibili miglioramenti produttivi

Nel mese di luglio l’indicatore anticipatore dell’economia nazionale ha interrotto il ciclo di flessioni in atto da fine 2018 e prospetta ora uno scenario di «lieve miglioramento dei livelli produttivi». Lo ha comunicato ieri Istat nella Nota mensile: l’indice del clima di fiducia dei consumatori ha segnato un marcato aumento (da 109,8 a 113,4), un recupero «determinato soprattutto dalla componente economica e dalle attese sulla disoccupazione». Mentre per quanto riguarda le imprese l’indice di fiducia è tornato sui valori massimi da ottobre 2018. Un aumento diffuso, eccezion fatta per il settore manifatturiero (il calo per questo comparto, il cui “peso” sul Pil è attorno al 16%, è stato da 100,7 a 100,1) per il quale sono peggiorati i giudizi sul livello degli ordini e migliorati quelli sulle attese sulla produzione, con una diminuzione del saldo relativo alle scorte di prodotti finiti.

In luglio anche l’indice Ita-coin di Bankitalia, l’indicatore coincidente del ciclo economico italiano costruito con gli stessi criteri dell’€-coin, ha segnato un’inversione di tendenza: pur rimanendo in territorio negativo si è fermato a -0,40 (da -0,42 di giugno), interrompendo una serie di peggioramenti in corso da marzo. Più in generale, sul mese scorso tutti gli indicatori qualitativi continuavano a prospettare per l’area euro uno scenario di crescita modesta. Se l’indice anticipatore €-coin è aumentato a 0,21 (0,14 il mese precedente) beneficiando del miglioramento del clima di fiducia dei consumatori in contrasto con la debolezza del ciclo industriale e del commercio con l’estero, l’Economic sentiment indicator (Esi) della Commissione europea ha invece registrato un’ulteriore moderata flessione, diffusa a tutti i settori con l’eccezione di quello dei consumatori. Nel dettaglio nazionale, il sentiment è migliorato in Italia (+1,4) e in Spagna (+0,6), mentre è diminuito bruscamente in Germania (?2,4) ed è rimasto invariato in Francia.

Ieri Oxford Economics ha aggiornato le sue previsioni sul Pil italiano alla luce dei primi dati disponibili per il terzo trimestre sul quale si stima ora un «piccola espansione». Secondo questo osservatorio (lead economist è Nicola Nobile) il Pmi composito è salito nel mese di luglio fino a 51, da 50,1 di giugno, ma mentre il settore dei servizi ha mostrato una certa resilienza, le prospettive per l’industria rimangono molto deboli. La previsione è di una crescita del Pil dello 0,1% sull’anno con rischi al ribasso. Rischi legati al quadro internazionale ma anche alle dinamiche politiche interne. Secondo Oxfrod Economics dopo l’aggiustamento di bilancio dello scorso mese «l’Italia ha guadagnato solo un po’ di tempo, poiché alla fine del 2019 sarà chiaro che il governo molto probabilmente non sarà in grado di raggiungere l’obiettivo di disavanzo dell’1,8% del Pil concordato l’anno scorso con Bruxelles per il 2020».

Tornando alla Nota mensile che segue di pochi giorni la stima flash sul Pil del secondo trimestre (variazione nulla sia congiunturale che tendenziale) e il nuovo dato negativo sulla produzione industriale di giugno (-0,2% su maggio; -0,7% nel trimestre), gli analisti di Istat tornano a sottolineare il rallentamento dei prezzi al consumo, che in luglio hanno segnato una variazione dello 0,4% dell’indice armonizzato ampliando così il divario negativo con l’inflazione media dell’area euro (+1,1%) e dei principali partner, con Francia e Germania che presentano crescite dei prezzi dell’1,3% e 1,1% annuo rispettivamente. Mentre per quel che riguarda il mercato del lavoro si fa notare che il calo del tasso di disoccupazione di giugno al 9,7% (dal 9,8% di maggio; il più basso dal 2012) non ha ridotto il divario con la media dell’area euro (7,5%).

Sulle previsioni nazionali pesa il consueto quadro di incertezze globali, sintetizzato da ultimo nella debole crescita del commercio internazionale (+0,3% in maggio dopo il -0,6% di aprile; fonte Central Planning Bureau). Le tensioni sui dazi e il rallentamento dell’economia cinese da una parte, e l’incognita di un “hard Brexit” dall’altra, possono fare la differenza sui risultati degli ultimi mesi dell’anno.

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