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Istat: più equità con gli 80 euro

L’anno scorso, quando il numero di occupati è aumentato dell’1,3% (300mila persone) con il tasso di crescita più elevato degli ultimi dieci anni e un conseguente aumento del cosiddetto reddito primario o di mercato, l’insieme delle politiche fiscali-contributive e dei trasferimenti pubblici hanno prodotto una riduzione della diseguaglianza misurata con l’indice di Gini del 15,1%. Secondo uno studio effettuato da Istat utilizzando un modello di microsimulazione che replica gli effetti del sistema fiscale e del welfare su un campione rappresentativo delle famiglie italiane, la redistribuzione dei redditi è passata da un valore di 45,2 punti dell’indice di Gini misurato sul reddito primario (a zero la massima eguaglianza, a 1 la massima diseguaglianza moltiplicato per cento) a uno di 30,1 in termini di reddito disponibile. Le pensioni e gli altri trasferimenti pubblici hanno avuto un impatto redistributivo di 10,8 punti, maggiore rispetto a quello determinato dal prelievo di contributi sociali e imposte (4,3 punti).
I principali interventi di policy presi in esame sul periodo 2014-2016 sono il bonus da 80 euro, l’aumento della 14esima per i pensionati (nel simulatore si è calcolato retroattivamente l’aumento che scatterà quest’anno) e la parziale applicazione del Sostegno di inclusione attiva (Sia). Nel loro insieme questi interventi hanno aumentato l’equità della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016, con un indice di Gini che è passato dal 30,4 al 30,1, e ridotto il rischio di povertà (dal 19,2 al 18,4%). Il peso maggiore in termini redistributivi è attribuito al bonus da 80 euro, in coda il Sia, la misura più concentrata sui veri poveri (ha raggiunto 210mila famiglie per un importo medio di 875 euro), ma per la quale sono stati spesi solo 200 milioni dei 750 che erano stati stanziati per l’anno. Come ha spiegato Roberto Monducci, direttore del Dipartimento per la produzione statistica, il bonus da 80 euro «ha ridotto la disuguaglianza dal 30,4% al 30,2% e il rischio di povertà dal 19,2% al 18,5%». Invece, ha aggiunto, «la quattordicesima ai pensionati riduce lievemente solo il rischio di povertà (dal 19,2% al 19,1%) e il Sia, entrato in vigore solo nella seconda metà del 2016, al momento non sembra aver prodotto effetti significativi».
Nel suo insieme l’intervento pubblico non manca di problemi di targeting visto che, secondo Istat, migliora la posizione solo del 56,6% degli individui con redditi familiari di mercato «nulli o molto bassi, appartenenti al quinto più povero della popolazione» come si legge del focus diffuso ieri. Non solo. Il sistema di tasse e benefici, associato a bassi livelli di reddito familiare, «determina per le fasce più giovani della popolazione un aumento del rischio di povertà: dopo i trasferimenti e il prelievo il rischio di povertà aumenta dal 19,7 al 25,3% per i giovani nella fascia dai 15 ai 24 anni di età e dal 17,9 al 20,2% per quelli dai 25 ai 34 anni».
Guardando alla progressività dell’Irpef sui redditi familiari, l’analisi Istat mette in luce il peso determinante del sistema delle detrazioni d’imposta. L’aliquota effettiva lorda, prima delle detrazioni, ha infatti un profilo moderatamente progressivo e si stabilizza attorno al 14% per i redditi familiari superiori ai 24mila euro. Dopo le detrazioni, la progressività è invece più marcata: l’aliquota effettiva netta aumenta di 8 punti percentuali fra i 12mila e gli 80mila euro. La progressività dell’imposta netta risulta più pronunciata per i redditi familiari medio-bassi, dai 20 ai 40 mila euro, che per quelli dai 40 ai 60 mila euro

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