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Istat, Pil giù dell’8,3% quest’anno rimbalzo da luglio, +4,6% nel 2021

La caduta dell’economia nazionale causata dalla pandemia potrebbe fermarsi quest’anno a – 8,3%, mentre nel 2021 il recupero arriverebbe a +4,6%. È quanto prevede Istat nell’esercizio di stima diffuso ieri, uno scenario di ben nove decimali più ottimistico di quello pubblicato venerdì dalla Banca d’Italia (-9,2% quest’anno; +4,8% il prossimo). Il rimbalzo verso cui si riposizionerebbe il prodotto nazionale da luglio in avanti – sono positivi i segnali sui consumi di energia elettrica da inizio maggio – dopo il tonfo del secondo trimestre (dovremmo essere attorno al -13/-14%) è naturalmente soggetto a precise condizioni: i contagi Covid19 non devono ritornare e le misure di emergenza messe in campo dal governo devono dispiegare tutti i loro effetti, a partire dagli impegni di spesa. Di più: la politica monetaria ultra-accomodante deve continuare a mantenere stabili i mercati finanziari e ben fluidi i canali di trasmissione del credito. Altrimenti i rischi al ribasso di materializzerebbero immediatamente: nelle previsioni Istat c’è per esempio uno scenario simulato con il modello econometrico MeMo-It secondo cui un rallentamento del 5% del commercio internazionale provocherebbe una minore crescita del 1,1%. L’Italia non è ancora nella fase post Covid ma «cerchiamo di vedere una luce in fondo al tunnel. I dati dell’Istat confermano le previsioni del Governo e indicano la possibilità concreta di una ripresa già nel terzo trimestre. E già da questo mese colgono alcuni segnali di ripartenza» ha commentato il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

Lo scenario base è disegnato a partire da un calo della domanda interna al netto delle scorte (-7,2%) condizionata dalla caduta dei consumi delle famiglie (-8,7%) e dal crollo degli investimenti (-12,5%), a fronte di una crescita dell’1,6% della spesa delle pubbliche amministrazioni. Sul peso degli investimenti nelle dinamiche dell’economia nazionale l’esercizio Istat dedica un focus, in cui si mostra come a un incremento di 1 miliardo della spesa in R&S corrisponda un aumento del Pil dello 0,1% il primo anno e dello 0,2% il secondo anno. Una segnalazione significativa se si considera che l’anno scorso la quota degli investimenti italiani sul Pil (18,1%) era ancora inferiore di circa un punto rispetto al livello raggiunto nel 2011 e di più di 2 punti rispetto al 2008. Pur nell’incertezza la normalizzazione delle attività produttive prevista a partire dal secondo semestre dell’anno – si legge nella nota – dovrebbe sostenere la ripresa dell’attività di investimento anche nel 2021 (+6,3%) con effetti però limitati sulla quota rispetto al Pil, visto che rimarrebbe inferiore al 18%.Di pari passo al crollo del valore aggiunto si muove il mercato del lavoro. L’evoluzione dell’occupazione, in termini di Ula, è prevista in brusca riduzione nel 2020 (-9,3%) e in ripresa nel 2021 (+4,1%). L’aumento dell’occupazione – scrive l’ Istat – si accompagnerebbe a una caduta del monte retributivo che influenzerebbe anche le retribuzioni lorde per dipendente (-0,7% e -0,4% rispettivamente nel 2020 e nel 2021).

Infine i prezzi, perché la recessione da Covid-19 sarà accompagnata da una deflazione perlopiù imposta dal deprezzamento dei beni energetici. Il tasso di incremento tendenziale dell’indice per l’intera collettività si è attestato a +0,3% nel primo trimestre, si è annullato ad aprile e a maggio è risultato negativo (-0,1%), per la prima volta dall’ottobre 2016. Nella media del 2020 il tasso di variazione del deflatore della spesa delle famiglie è previsto leggermente negativo (-0,3%; +0,5% nel 2019); il deflatore del Pil segnerà una crescita del +0,5% (quattro decimi in meno rispetto al 2019).

Il prossimo anno, sotto le ipotesi di una stabilizzazione delle quotazioni del petrolio e del cambio e nel quadro del miglioramento atteso per la fase economica interna, la dinamica dei prezzi riacquisterà un ritmo positivo. Nel 2021, il deflatore della spesa per consumi delle famiglie è atteso crescere dello 0,7% in media d’anno.

Nelle previsioni Istat segnala un incremento dei consumi (+0,8%) determinato da una riduzione dell’indice di diseguaglianza del reddito ipotizzato nel Def/Bes dal governo a seguito dell’introduzione del Reddito di cittadinanza. I dati di conferma a fine 2019 non sono ancora pronti ma i modelli parlano chiaro: minore disuguaglianza significa maggiori consumi. L’altro pezzo della domanda aggregata la fanno gli investimenti: per il governo gli obiettivi su cui puntare non possono essere più chiari di così, visto che sulla domanda estera si può fare ben poco.

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