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Isole contese, la rabbia di Pechino

L’ondata di protesta popolare anti-giapponese scatenata dalla disputa territoriale tra Tokyo e Pechino sulle isole Senkaku-Diaoyu investe in pieno anche le multinazionali nipponiche presenti oltre la Grande Muraglia.
Honda, Toyota, Panasonic, Canon, Uniqlo, Seven 11: non c’è marchio del made in Japan che non sia stato colpito, o direttamente minacciato, dalla più massiccia e violenta manifestazione di piazza dai tempi della normalizzazione dei rapporti sino-giapponesi del 1972, inscenata in decine di città cinesi durante lo scorso fine settimana.
Concessionarie di automobili date alle fiamme, supermercati saccheggiati, fabbriche sabotate dagli stessi operai: per la prima volta nelle cronistorie dei numerosi sussulti popolari anti-nipponici degli ultimi quarant’anni, l’ira dei cinesi della strada nei confronti del vecchio nemico di sempre si è allargata dalle Ambasciate e dai Consolati del Sol Levante e ha preso di mira anche i simboli del potere economico giapponese.
Che hanno reagito alla violenta minaccia nazionalistica del paese ospitante in ordine sparso. Ieri, mentre Toyota ha ordinato ai propri dipendenti espatriati in Cina di lavorare regolarmente come se nulla fosse accaduto, Honda, Mazda e Nissan, Canon, Panasonic, e tante altre aziende giapponesi hanno deciso di sospendere la produzione per qualche giorno nelle fabbriche più a rischio.
Frattanto il gigante della grande distribuzione Seven 11 ha chiuso temporaneamente oltre un centinaio di supermercati in giro per il paese, mentre Fast Retailer ha serrato i battenti di decine dei suoi punti vendita di abbigliamento Uniqlo, popolarissimi tra la gioventù cinese.
“In 80mila marciano contro il Giappone” titolava ieri in prima pagina il “Global Times”, precisando però che le autorità cinesi non consentiranno escalation violente e difenderanno l’incolumità dei cittadini e delle aziende nipponiche.
Un titolo ambiguo almeno tanto quanto la posizione tenuta da Pechino fin da quando la contesa politico-diplomatica sulle isole Senkaku-Diaoyu è diventata, oltre che un affare di feluche, anche una questione di piazza.
Da un lato, la nomenklatura rossa sta facendo leva sul sempre vivo sentimento popolare anti-giapponese per far intendere a Tokyo che il Governo cinese non è disposto a tollerare alcuna ulteriore rivendicazione di sovranità nipponica sull’arcipelago delle Senkaku-Diaoyu. Un passo in più, è questo il messaggio che arriva forte e chiaro dalle piazze cinesi in fiamme, e il Dragone sarà costretto ad alzare il livello dello scontro con Tokyo per placare l’ira delle ciurmaglie urbane inviperite contro il neo-imperialismo del Sol Levante.
Dall’altro, Pechino è perfettamente consapevole che tutte le mosse e le contromosse fatte nelle ultime settimane dalle due superpotenze asiatiche nella contesa sulle isole Senkaku-Diaoyu rientrano in un gioco delle parti in cui Cina e Giappone devono recitare vicendevolmente per non perdere la faccia nei confronti delle proprie genti.
La verità è che, sebbene la stampa cinese reclami sanzioni contro gli usurpatori nipponici oggi Pechino non può permettersi di mettere a repentaglio le ricche, proficue e profittevoli relazioni con Tokyo. E Tokyo si trova nella stessa identica posizione.
I numeri parlano da soli. Nel 2012 il Giappone si è confermato il principale partner commerciale della Cina grazie a un interscambio pari a 345 miliardi di dollari.
Ma ciò che lega veramente a doppio filo i due giganti del Far East è l’enorme mole di investimenti diretti effettuati da Tokyo oltre la Grande Muraglia: dai primi anni ’80, quando le multinazionali manifatturiere nipponiche iniziarono a insediarsi nei primi parchi industriali del Guangdong, il Giappone ha riversato circa 80 miliardi di dollari sonanti sul mercato cinese. Una montagna di quattrini che sul versante cinese equivale a milioni di posti di lavoro.
Insomma, la posta in gioco è troppo alta perché i due contendenti mandino tutto a naufragare su un pugno di scogli deserti e disabitati in mezzo al Pacifico.

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